L’autobiografia del grande allenatore svedese

Segno positivo.

Sven-Goran Eriksson è uno di quei personaggi che ha messo d’accordo un po’ tutti, nel grande mondo del calcio. È difficile trovare, tra le dichiarazioni degli addetti ai lavori, qualcuno che se la sia presa con lui o che ne abbia parlato in termini negativi. Questo ex allenatore nato in Svezia ha lasciato sicuramente un segno positivo, nei tanti paesi in cui ha lavorato (in primis l’Italia). Lo si è visto chiaramente nel 2024, anno in cui purtroppo ha lasciato questo mondo (a 76 anni) a causa di un tumore, che gli era stato diagnosticato solo qualche mese prima. Questo non gli ha impedito di godersi la vita fino all’ultima goccia. Anche in pubblico, grazie ad una specie di tour che lo ha riportato nelle città per lui più importanti: Liverpool (Inghilterra), Lisbona (Portogallo), Goteborg (Svezia), Roma e Genova, fino ai più piccoli centri svedesi da cui era partita la sua grande avventura sportiva. In ognuno di questi posti, Eriksson è stato salutato ed acclamato con grande affetto, a testimonianza di quanti bei ricordi sia riuscito a seminare in giro per il mondo.

Grande saggio, ma non solo.

Eriksson aveva già composto un’autobiografia nel 2013 (Sven: my story), che però fu tradotta solo in inglese. Quest’altra –A beautiful game-, scritta assieme al poeta Bengt Berg, offre una panoramica completa della sua esistenza. Il libro procede in ordine cronologico, ogni capitolo è dedicato ad una delle formazioni allenate dal mister. Si parte con la scalata nel calcio svedese, che lo portò dalle serie inferiori alla vetta della piramide grazie ai successi con il Goteborg, tra cui la sorprendente vittoria della Coppa UEFA 1982. Leggendo riscopriamo una filosofia calcistica che ai tempi risultò nuova agli occhi di molti. Alla fine degli anni Settanta, concetti come ‹‹pressing››, ‹‹supporto di copertura›› o ‹‹sovrapposizioni›› non erano così ricorrenti nel mondo del pallone. Ed è bello ricordare come Eriksson sia stato, oltre che un grande saggio, anche un allenatore emergente e, a suo modo, rivoluzionario. Capace di vincere trofei anche nelle successive esperienze in Portogallo (Benfica) ed Italia (con Roma, Sampdoria e Lazio). E di lavorare, con fortune alterne, nei luoghi più svariati come il Messico, la Costa d’Avorio o le Filippine.

Per intero.

In generale, il libro scorre bene ma non risulta particolarmente intenso. Spesso i ricordi si susseguono allo stesso ritmo ed anche parlando delle imprese più grandi, come lo scudetto con la Lazio, è difficile che il mister si dilunghi in emozioni o aneddoti. Questo potrebbe essere visto come un punto debole dell’autobiografia. D’altra parte, Eriksson non era tanto diverso quando appariva in televisione. Dopo le partite, comunque fossero andate, parlava sempre con grande equilibrio e controllo. Raramente è sembrato spazientito davanti ai microfoni e in fondo, leggendo, sembra davvero di riascoltarlo. Ma c’è anche dell’altro perché questo, viste le circostanze, è il racconto “definitivo” di una vita. Confidandosi all’amico Bengt Berg, Eriksson sapeva già di avere giorni contati davanti a sé. E forse anche per tale ragione, ha riportato a galla qua e là -sempre con delicatezza- situazioni e motivazioni più complesse. Pensieri più profondi e pungenti. Rapporti più faticosi, come quello con la ex moglie, o i problemi con alcuni giornalisti inglesi che lo presero letteralmente di mira, quando allenò la loro nazionale (2001-2006). Ecco dunque che dal libro sembra emergere per intero la personalità del protagonista, un uomo che ha amato profondamente il calcio e che, sicuramente, al calcio mancherà tanto.

Perché leggere A beautiful game di Sven-Goran Eriksson:

perché è un libro che si legge rapidamente e che riassume una vita interessante.


Titolo: A beautiful game. Il calcio e la vita
Autore: Sven-Goran Eriksson (con Bengt Berg)
Editore: Baldini+Castoldi
Anno: 2024
Pagine: 263

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