Quando il calcio era celeste – Niccolò Mello

L’Uruguay degli anni ’20, la prima nazionale dominante

di Carlo Necchi

Ricerca. Se la nostra mente funzionasse come un motore di ricerca, digitandovi “calcio” e “Sudamerica” i primi risultati sarebbero certamente Brasile ed Argentina. Solo in seconda battuta ricorderemmo la nazionale uruguaiana, che pure vanta gli stessi titoli mondiali dell’Albiceleste (2) ed il primato nell’albo d’oro della Coppa America, conquistata ben 15 volte contro le 14 dell’Argentina e le “sole” 8 dei più quotati verdeoro (dati aggiornati al 2019). Non solo. Se allo stesso modo associassimo i termini “calcio” e “Uruguay”, probabilmente il nostro personale database produrrebbe risultati come Edinson Cavani, Luis Suarez, Oscar Tabarez, Alvaro Recoba o tutt’al più il Maracanazo, negli archivi più forniti. Più difficile, se non impossibile, sarebbe rintracciare nomi quali Josè Nasazzi, José Andrade o Hector Scarone.

Dominio. Per fortuna la letteratura sportiva può venirci in aiuto: se Federico Buffa, nelle sue gettonate Storie Mondiali, ha recuperato scampoli primordiali dell’evoluzione pallonara, il giornalista biellese Niccolò Mello è andato oltre dedicando uno studio approfondito all’Uruguay degli anni ’20-’30, di fatto la prima nazionale dominante sulla scena del calcio sudamericano ed internazionale. Una formazione capace di aggiudicarsi 3 edizioni della Coppa America, 2 Olimpiadi e la prima Coppa del Mondo, disputata peraltro in casa, nell’arco di un decennio. Quando il calcio era celeste ci riporta ai tempi in cui l’Uruguay faceva scuola, trasformando il gioco di posizione in uno spettacolo vincente e coinvolgente ed anticipando idee poi sviluppate nelle generazioni seguenti.

Vetrine. Il libro ripercorre la storia di una formidabile nidiata di campioni, capaci di tener testa ad un’Argentina già iper competitiva (mentre il Brasile doveva ancora irrompere sulla scena) e d’imporsi anche sui palchi del Vecchio Continente, conquistando allori storici nonché i favori di pubblico e critica. Particolare risalto è attribuito alla doppietta olimpica: i tornei di Parigi ’24 ed Amsterdam ’28, nei quali Scarone e compagni si distinsero inequivocabilmente, costituirono le prime vetrine internazionali per uno sport non ancora così affermato, nonché un antipasto dei primi Mondiali organizzati nel 1930; non a caso la scelta del paese ospitante cadde proprio sull’Uruguay, ritenuto la culla più adatta per accogliere i primi passi della neonata competizione. Ancor meno stranamente a trionfare fu la selezione allenata da Alberto Suppici, capace di confermare il predominio degli anni precedenti.

Campioni. Il fatto che da allora, specie dagli anni ’60 in poi, il calcio uruguagio abbia vissuto più ombre che luci ribadisce la straordinarietà forse irripetibile di quella squadra, scolorita dal passare del tempo ed ora rivestita di polvere romanzesca, ma giustamente riportata alla ribalta da questo libro. Che si sofferma a lungo anche sui singoli protagonisti, dal condottiero e capitano Nasazzi al genio totale Scarone passando per Masali, il portiere, la pantera nera Andrade, il bomber Petrone o il metronomo Cea. Giocatori difficilmente collocabili nelle graduatorie mediatiche, più che altro per mancanza di prove concrete, sui quali però l’indagine di Niccolò Mello fornisce indizi affidabili. Anche per i nostri database personali.

Perché leggere “Quando il calcio era celeste” di Niccolò Mello: per conoscere una grande squadra e dei grandi giocatori pressochè sconosciuti; per tornare agli inizi del calcio mondiale.

Titolo: Quando il calcio era celeste
Autore: Niccolò Mello
Editore: Bradipolibri
Anno: 2017
Pagine: 172