Il drammatico percorso umano e sportivo di uno dei più grandi allenatori di calcio

«Sostenere che prima dell’Olocausto gli ebrei in Europa avessero recitato un ruolo nello sviluppo del calcio è riduttivo. Gli ebrei dell’Europa Centrale lo hanno plasmato e sono stati fondamentali per la nascita di idee e strategie del pallone, anticipando e probabilmente accelerandone la globalizzazione con il loro inquieto e incessante vagabondare».


Nell’immaginario comune la figura di Bèla Guttmann è ricordata dai più, soprattutto se non si è portoghesi ed avvezzi alle vicende pallonare del Benfica, come il grande stregone che ha messo fine per almeno 100 anni all’epopea di successi continentali delle aquile di Lisbona. Forse i più attenti conoscitori associano il suo nome a quello della Perla Nera del Mozambico, Eusebio. Il tentativo dell’autore del libro David Bolchover è proprio quello di discostarsi da questa patina di mistica e di associazioni un po’ semplicistiche e di ricollocare Guttmann nella corretta posizione che merita a livello calcistico. Ma anche il perseguire la linea dell’allenatore-manager precursore di una nuova modalità di porsi nei confronti del contesto pallonaro, società di appartenenza o giornalisti, non darebbe ugualmente il giusto valore al personaggio. L’allenatore, nato ungherese ma diventato volontariamente austriaco, è sì l’antecedente storico di Josè Mourinho e lo scopritore di Eusebio, ma è anche la lente di ingrandimento per analizzare la storia calcistica e non degli ebrei in un periodo che va dagli anni ‘20 agli anni ‘70 del secolo scorso. Per questo la vicenda di Bèla Guttman è storia nella storia.

La questione ebraica.

Guttmann come portatore dei valori sportivi del mondo ebraico nella parte di secolo drammaticamente più invisa al suo popolo è il fil rouge principale con cui Bolchover, inglese con parenti ebraici, scandaglia la vita dell’allenatore che ha reso grandissimo il Benfica. E questo lo si nota dal fatto che le fortune calcistiche del Guttmann allenatore hanno uno spazio in termini di pagine non così preponderante. L’autore infatti inizia ciascuno degli undici capitoli del libro con un paragrafo che racconta come nella città o nazione in cui Guttmann si trovava durante la sua carriera calcistica (sia da giocatore che da allenatore) gli ebrei fossero stati storicamente oggetto di persecuzione. Per farlo Bolchover setaccia a fondo il rapporto tra quel determinato territorio e la storia degli ebrei (arrivando per il Portogallo addirittura a citare fatti di fine ‘400). Per forza di caso l’approfondimento maggiore è quello legato al periodo vissuto dal protagonista durante l’Olocausto, quando Guttmann, in modo apparentemente irrazionale, decise di rientrare in Austria nel 1932, abbandonando gli Stati Uniti dove aveva giocato a cavallo degli anni della crisi economica di Wall Street. Cercando di ricostruire le modalità con cui Guttmann riuscì a sopravvivere allo sterminio nazista, Bolchover svolge un lavoro da vero giornalista d’inchiesta, praticamente da storico a tutto tondo, intervistando diversi personaggi protagonisti di quel periodo che avevano intercettato o aiutato l’allenatore magiaro e confrontando le loro testimonianze con il poco che il protagonista aveva rivelato quando era in vita su quei terribili anni. Allo stesso tempo l’autore evidenzia l’importanza avuta dagli ebrei nello sviluppo della mentalità calcistica di quegli anni e degli anni a venire (l’esempio dell’Hakoah di Vienna, squadra vincente composta da soli ebrei, è paradigmatico).

Il continuo peregrinare.

In maniera altrettanto lampante nel corso della narrazione emerge la genialità pallonara del personaggio: un vero e proprio maestro che vedeva con parecchi anni di anticipo lo sviluppo del gioco del calcio (esemplificativa in questo senso la bella immagine in copertina con due giornalisti, categoria sempre in lotta con Guttmann, intenti a prendere appunti sul campo di gioco). Bolchover arricchisce il testo di tutte le tappe del girovagare continuo e fatto di alti e bassi che ha contraddistinto la carriera dell’allenatore: 21 squadre in 12 paesi diversi, passando dalle Coppe dei Campioni con il Benfica ai match con Vicenza e Servette. Colpisce molto la modernità dell’allenatore nell’approccio al calcio come fenomeno totale: lo si può vedere dal rapporto con i propri calciatori, dal peso dato alle conferenze stampa e al giusto valore da dare all’allenatore nella costruzione di una squadra. Un personaggio unico presentato come in missione alfine di trovare nel calcio una forma di riscatto e di respiro di un’esistenza drammatica.

Perché leggere Bèla Guttmann. Il grande ritorno di David Bolchover:

perché si fa luce su un uomo che fu giocatore-manager, allibratore, ludopatico, responsabile di un omicidio, ma soprattutto il primo grande allenatore moderno.



Titolo:
Bèla Guttmann. Il grande ritorno
Autore: David Bolchover
Editore: Milieu
Anno: 2020
Pagine: 199

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