Il mio nome è Jackie Robinson – Scott Simon

Un viaggio nell’anno che sconvolse per sempre il baseball americano

di Alberto Coghi

«Niente può paragonarsi al peso che gravava su Jackie Robinson quando scendeva in campo: le minacce di morte; la paura per la sua famiglia; le provocazioni, i fischi, le palle ad altezza testa, i lanci al corpo, i tacchetti, i colpi bassi; infine, lo sforzo di giocare a baseball con la responsabilità che la storia potesse fare un passo avanti – o uno indietro – a seconda che lui colpisse una curva, senza colpire i suoi tormentatori». Queste poche righe, con cui l’autore Scott Simon si appresta a terminare l’epilogo del suo breve romanzo, sintetizzano in maniera efficace, ed allo stesso tempo esaustiva, il tema centrale della narrazione: la missione di uno sportivo che prima che atleta è stato obbligato ad essere uomo. La vicenda professionale e umana di Jackie Robinson è arcinota: si tratta del primo giocatore afroamericano a militare all’interno della Major League di baseball, essendo stato tesserato nel 1947 dagli allora Brooklyn Dodgers; il tutto avviene in un periodo in cui i giocatori di colore non godevano di una situazione sociale favorevole e da un punto di vista di puro baseball erano confinati ai campionati chiamati Negro Leagues. Ed inoltre, aspetto per nulla secondario, occorre sottolineare che Jackie Robinson era un giocatore di baseball fortissimo, un atleta spaventoso in grado di eccellere in numerosi altri sport a livello universitario (basket, football e decathlon per citarne alcuni). Il libro però non è un approfondimento sulla carriera sportiva dell’interbase dei Brooklyn Dodgers, bensì la descrizione della stagione 1947: la prima di Robinson nella MLB, quella in cui venne infranta nel baseball “la barriera del colore”.

La narrazione oscillante. La scelta di Simon, noto scrittore e giornalista tra gli altri del Guardian e del New York Times, è quella di offrire uno spaccato della vita dell’atleta all’interno del contesto di gioco: il diamante del campo da baseball. La forma del romanzo aiuta in quanto permette al lettore di addentrarsi personalmente nelle vicende private di Robinson ed allo stesso tempo di cogliere in maniera evidente il contesto (grazie ai continui riferimenti ad azioni e tabellini di quella magica stagione 1947). Per questa scelta ricorda il Febbre a 90 di Hornby. L’autore si smarca subito dall’obiettivo di offrire una biografia puntuale ed esaustiva dello sportivo in questione, ma riesce ugualmente ad offrire un lavoro ricco invogliando il lettore ad approfondire liberamente. La parte finale infatti ha al suo interno una ricca bibliografia con testi di riferimento a cui Simon rimanda per scavare più in profondità nelle vicende da lui affrontate tangenzialmente, ed un mini riassunto sulla storia dei campionati dei baseball e sulla storia dei Brooklyn Dodgers (ora trasferitisi a Los Angeles). Sì, Il mio nome è Jackie Robinson è un libro per tutti: fan del baseball e non. Cartellino giallo alla casa editrice sulla scelta di mettere tutte le note al termine del libro: a piè di pagina avrebbero favorito una lettura immediata e più fluida anche per un profano della vicenda Robinson e del mondo del baseball.

L’aspetto sociale. Ma, ovviamente, più che un libro sul baseball la storia di Robinson è la vicenda umana di una persona lanciata contro tutto e tutti. Da un punto di vista cinematografico viene scontato immaginarsi Jackie (assieme alla moglie Rachel) come la Whoopi Goldberg de La lunga strada verso casa districarsi però all’interno di scenari unici come quelli vissuti dal Kevin Costner de L’uomo dei sogni. Simon è abile nel raccontare il bellissimo rapporto creatosi con Mr. Branch Richey con la stessa intensità con cui descrive lo sciaccallaggio provocatorio subito da parte dei Philadelphia Phillies di Mr. Ben Chapman. Piccoli spunti di una storia enorme, antipasti che stuzzicano il lettore ad approfondire e scoprire di un grande atleta di colore in grado di diventare il miglior giocatore della Lega (1949) e di vincere le World Series di baseball (1955) senza mai abbassare la testa. Terminata l’ultima pagina la smania di voler scoprire di più obbliga il lettore a fare un salto sul web e scoprire che la voce “carriera” e la voce “riconoscimenti” dell’enciclopedia online Wikipedia hanno una lunghezza ampia e molto simile. No, Jackie Robinson non è stato solo un grandissimo campione del baseball: è stato una bomba ad orologeria scoppiata nella pancia degli Stati Uniti d’America.

Perchè leggere Il mio nome è Jackie Robinson: perché, al di là degli imprescindibili aspetti sociali della vicenda, Jackie Robinson era un giocatore devastante.

Titolo: Il mio nome è Jackie Robinson
Autore: Scott Simon
Editore: 66th and 2nd
Anno: 2011
Pagine: 170