Il calcio, l’antropologia e le trappole dell’identità

Vuota retorica e frasi fatte.

Bruno Barba, insegnante universitario e appassionato di calcio, nel suo libro Ma quale DNA? propone un lavoro nuovo, interessante, originale. Come testimoniano altre sue pubblicazioni (Il corpo, il rito, il mito. Un’antropologia dello sport; Calciologia. Per un’antropologia del football; Un antropologo nel pallone), da tifoso-studioso non si accontenta di osservare il fenomeno, viverlo allo stadio, discuterne in maniera approssimativa. Il mondo del pallone, secondo lui, merita di più, maggior attenzione e un approfondimento migliore. Anche dal punto di vista lessicale. Questa è la particolare angolatura da cui si pone l’autore: analizzare la terminologia, le frasi fatte, gli slogan ripetuti in ogni dove (al bar come in tv, sulla carta stampata come nelle interviste ai protagonisti). Espressioni comuni, consuete, spontanee, rivelatrici al contempo di un retro-pensiero inconscio e soprattutto di pregiudizi irrazionali, se non proprio di derive fanatiche. O ancor peggio.

Identità e luoghi comuni.

Chiaramente a mettere in guardia non sono i discorsi vuoti o le considerazioni banali tipo “un fallo si può fischiare o no”, “questione di millimetri”, “non può tagliarsi una mano o tirare indietro la gamba”, “costruire dal basso”, “stare corti”… A preoccupare è semmai la totale assenza di veri contenuti dietro simili ragionamenti (se proprio vogliamo chiamarli così…). Il problema è quando ad uno spazio mentale di questo genere si accompagnano acriticità, luoghi comuni, stereotipi. A causa dei quali si è portati a semplificare – veramente senza saperlo? – il calcio, con affermazioni che richiamano caratteristiche ed elementi tipici (tirando in ballo perfino il DNA!) di una squadra o di una società calcistica. Facendo irragionevolmente coincidere il momento contingente e passeggero con l’identità, l’essenza stessa di un club o di un giocatore. È così che alcune realtà sportive vengono considerate vincenti e altre perdenti, protette o perseguitate per definizione, ladre per antonomasia perché potenti e impunite, oppure “perennemente” (dunque, “intrinsecamente”) pazze, sfortunate, immature, incompiute. Sempre e per sempre.

Pericolose (inconsapevoli?) derive.

Bruno Barba, da antropologo (e da antropologo relativista…) pone attenzione all’uso che viene fatto in ambito calcistico di parole e di concetti inappropriati, fuorvianti, pericolosi. Convinto com’è che il calcio sia “cultura”, contenitore di simboli e modelli, vero specchio della società che riflette le tendenze, le abitudini e i mali delle comunità a cui apparteniamo. Ecco perché il suo discorso preoccupato riguardante l’identità (quindi il DNA) non può essere banalizzato e il suo allarme accusato di esagerazione. Questo libro mette bene in evidenza come a partire da alcuni assiomi, magari pronunciati con leggerezza e quasi senza quasi pensarci, si possa arrivare a conseguenze dannose, alimentando percezioni errate e degenerando in situazioni limite. Secondo l’esperto docente, fare chiarezza su questo punto, tematizzarne i rischi, invitare a riflettere sulle generalizzazioni dannose, significa prevenire la xenofobia. E permette di lanciare l’allarme nei confronti di una possibile etnicizzazione e di un mai sconfitto razzismo. Enfatizzare l’identità di qualcosa o di qualcuno non è in fondo suggellarne la diversità, l’unicità, la superiorità rispetto a tutto il resto? Ritenere questo dato come naturale e immodificabile non è quanto di più ingannevole e temerario ci possa essere?

Esempi di narrazioni virtuose.

Non spaventatevi, cari lettori. All’interno di Ma quale DNA? non troverete spunti accademici di difficile comprensione o tecnicismi da esperti della materia. Potrete invece apprezzare l’attualizzazione, la concretezza, la declinazione di alcune idee convincenti e ben formulate. Applicate a squadre, campioni, allenatori, dirigenti, giornalisti, commentatori. Non mancano le narrazioni di epopee, cicli, miti; storie, personaggi; esperienze tragiche e momenti esaltanti. Tutto raccontato con plausibilità e sano relativismo, tenendosi lontano da schematismi e semplificazioni. C’è molto calcio, quello del presente, del passato prossimo e remoto, interpretato e riproposto in maniera equilibrata. C’è la vita dell’autore, la sua infanzia, le abituali presenze agli stadi, gli esordi da calciatore, le sue preferenze calcistiche (Alessandria, Juventus, Liverpool, Corinthians) e le simpatie nei confronti dei fuoriclasse brasiliani (su tutti Garrincha e Socrates). Ricordi e riflessioni che rifuggono da luoghi comuni e mistificazioni. Quello di Bruno Barba è un modo di comunicare il calcio serio, tutt’altro che fazioso, in grado di offrire strumenti per comprendere il mondo in cui viviamo. Un calcio che al tempo stesso riflette il nostro mondo, il nostro modo di essere, quello che siamo: una sorta di lunga “favola sportiva” da cui estrapoliamo quello con cui ci sentiamo maggiormente in sintonia e che più ci rappresenta.

Post Scriptum.

Due piccole note. Una positiva per segnalare la doppia pregevolissima bibliografia – quella al termine del volume e quella “ragionata” in un apposito capitolo -, ed una meno positiva relativa a qualche refuso tipografico di troppo per un’opera di peso e di valore come questa.

Perché leggere Ma quale DNA? di Bruno Barba:

per cogliere in profondità alcune delle dinamiche sociali e antropologiche legate al calcio; per essere aiutati ad andare oltre l’ovvio e lo stereotipo nell’ambito della trattazione calcistica; per provare a diventare tifosi razionali e critici, e non utilizzatori di vuoti slogan.


Titolo: Ma quale DNA?
Autore: Bruno Barba
Editore: Battaglia Edizioni
Anno: 2023
Pagine: 199

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