Marekiaro – Marek Hamsik

“Non sono napoletano, ma ho il sangue azzurro”

di Carlo Necchi

Se sei un calciatore e hai deciso di pubblicare un libro nell’autunno 2018, sai già che partirai in seconda fila nel gran premio editoriale. Perché la pole position è legittimamente occupata da Un capitano, biografia della leggenda romanista Francesco Totti presentata addirittura con una serata-evento al Colosseo. Eppure, solo la settimana prima un altro grande capitano, di un’altra grande squadra italiana, era uscito allo scoperto nell’habitat più ristretto di Castel Volturno. Si tratta di Marek Hamsik e della sua storia d’amore con il Napoli, raccontata nel volume intitolato Marekiaro e targato Mondadori. Lungi dall’accostare il cammino di Hamsik a quello di Totti, vale comunque la pena soffermarsi sulla parabola – non ancora discendente – dello slovacco adottato dalla città di San Gennaro: da questo punto di vista, il legame tra giocatore ed ambiente appare più sbalorditivo di quello, pur inevitabilmente più intenso e durevole, tra Er Pupone e la Capitale.

Perché apparentemente, e lo sottolinea anche il diretto interessato, Hamsik e Napoli sembravano – e sembrano – aver poco da spartire: alla connaturata compostezza dello slovacco risponde la proverbiale passionalità dei napoletani, che non a caso hanno affiancato al Santo Patrono un personaggio sportivamente e mediaticamente spumeggiante quale Diego Armando Maradona. A proposito: zitto zitto – è proprio il caso di dirlo, leggere per credere -, il suddetto Marekiaro da Banska Bystrica, pur senza poter scalzare il mito argentino dal cuore dei napoletani, è però riuscito nell’impresa di superarlo – da centrocampista! – nella classifica marcatori all-time della squadra.

Ma le apparenti contraddizioni non finiscono qua, perché Hamsik non è solamente un figlio adottivo o un fuoriclasse del Napoli, ma ne è divenuto anche il capitano e dunque il primo rappresentante nel mondo. Il giusto premio ad una fedeltà ormai ultradecennale; d’altra parte, proprio per la sua personalità non troppo eccentrica o empatica, lo slovacco tende a scostarsi dai contorni del trascinatore modello.

Ciononostante, sono rimasti in pochi a non considerarlo un giocatore completo per tecnica e mentalità, nonché coloro che non lo vedrebbero bene in qualsiasi squadra del mondo. Non sorprende dunque che anche un “leader calmo” come Carlo Ancelotti abbia voluto puntare ad occhi chiusi su Hamsik, mantenendolo al centro del progetto azzurro ed anzi proponendogli una nuova sfida professionale: il breve ma delicato trasloco dal ruolo di mezzala d’assalto alla cabina di regia.

Per ragioni temporali, il capitolo del libro dedicato agli allenatori non offre più di un breve accenno al tecnico reggiano; sintetici ma indicativi invece i riferimenti ai tre mister precedenti, da Walter Mazzarri a Maurizio Sarri passando per lo spagnolo Rafa Benitez: solo con uno di questi il rapporto non è mai veramente decollato. In ogni caso, resta il fatto che dal 2007 il Vesuvio ha visto passare campionati, coppe, allenatori, stelle più o meno luccicanti e gregari d’ogni sorta, mentre è sempre rimasto il Marekiaro. Ed è giusto –scripta manent – che qualcosa sia stato scritto per ricordarlo anche ai posteri.