Fragile – Marco Van Basten

Confessioni di una mente laboriosa

di Carlo Necchi

Maledetti infortuni. Perché “Fragile”? Anzitutto per le caviglie, specialmente la destra che ha costretto l’ex calciatore Marco van Basten a ritirarsi con largo anticipo, appena 30 anni. Qualcosa di molto triste per qualsiasi atleta. Nella sua autobiografia, il “Cigno di Utrecht” (soprannome ufficiale italiano) parla tanto della sua caviglia e dei dolori che gli ha procurato. Non sono bastati sei interventi chirurgici per riassestare le gambe dell’olandese, il cui funerale sportivo ha una data precisa: 18 agosto 1995, nella gremita cattedrale di San Siro. Un momento che il protagonista ricorda ancora con chiarezza: “Le lacrime premono per sgorgare, ma resto impassibile. Smetto di correre e di battere le mani, il giro è finito. Qualcosa è cambiato, qualcosa di fondamentale. Il calcio è la mia vita. Ho perso la mia vita”. Ma leggendo si scopre presto che “fragile” non è solo l’articolazione di tibia e tarso.

Sfumature caratteriali. Con una narrazione semplice e una sincerità credibile, van Basten dispiega i suoi travagli interiori. Quelli di chi ha visto morire nel ghiaccio il vicino di casa ed amico Jopie, a soli 7 anni. O di chi, in piena adolescenza, comincia ad avvertire le crepe nell’unione dei suoi genitori. Oltretutto, la mamma si è ammalata gravemente quando lui era poco più che ventenne, mentre con il padre il rapporto è sempre stato un po’ ambiguo: propulsivo verso il mondo del calcio ma più carente dal punto di vista affettivo. Dal canto suo Marco, terzogenito non troppo legato ai due fratelli maggiori (maschio e femmina), ha sviluppato una sensibilità molto acuta. Arrigo Sacchi ne ha parlato come “una brava persona dal carattere particolare” (da “La coppa degli immortali”, qui per la recensione), e in effetti questa è l’impressione grezza che si può ricavare dal libro.

Autoanalisi. van Basten si sofferma sulle incomprensioni che hanno punteggiato la sua carriera sportiva: con lo stesso Sacchi ad esempio, ma anche con personaggi come Dick Advocaat, Zvonimir Boban o Clarence Seedorf, fino al mito ed amico Johan Cruijff. Interessanti anche i passaggi in cui l’ex bomber descrive le sue ansie da prestazione, specie nelle vesti di allenatore: ulteriori sintomi di una personalità determinata ma ondivaga. Il testo intreccia questi rilievi psicologici alle vicende di campo, ma nella sesta ed ultima parte –“Appunti in soffitta”- prende una decisa piega introspettiva. Rivisitando le proprie gesta, sportive e non, van Basten apre definitivamente la sua cassaforte mentale, mettendo sul piatto un po’ di tutto: vecchie emozioni, nuove consapevolezze, la solita caviglia, domande ancora accese, anche un pensiero religioso. Per quanto un po’ confusa e talvolta ripetitiva (come altre parti del testo), quest’appendice arricchisce il libro aiutandoci a capire che “Se non sai cosa vuol dire essere infelice, non sia nemmeno cosa vuol dire essere felice”. E che dunque, non tutto ciò che è “fragile” è male.

Perché leggere Fragile di Marco van Basten: perché le sue riflessioni, specie extra-calcio, sono interessanti per tutti; per alcuni retroscena della sua importante carriera.

Titolo: Fragile
Autore: Marco van Basten (con Edwin Schoon)
Editore: Mondadori
Anno: 2020
Pagine: 345