I colpi impossibili, le pazzie dei campioni e tutti i match in cui il demonio ha messo la coda


Il diavolo veste tennis.

Chi sei, diavolo? Cosa cerchi nelle tasche dell’animo nostro? In quali crune t’infili per complicarci la vita! Tentazioni, illusioni, pensieri. Persino una semplice pallina di gomma gialla, o magari quella «lama di luce abbagliante che si accende davanti agli occhi all’improvviso, nel momento di una facile volée». Forse è vera quella storia dell’angioletto azzurro e il demonietto rosso, invisibili sulle nostre spalle: passiamo a ritirarli al via, come al Monopoli, ma non c’è banca cui restituirli. Di sicuro il diavolo, con la d minuscola, è attore protagonista e filo conduttore nel quarto libro di Adriano Panatta, ex tennista tornato a colpire con carta e penna assieme al giornalista Daniele Azzolini. I due avevano già collaborato nel 2009 per l’autobiografia di Panatta, Più dritti che rovesci, e poi nove anni dopo con Il tennis è musica. Ora è la volta di Il tennis l’ha inventato il diavolo, quel diavolo che al cinema veste Prada e qui indossa i panni del tennista, lo sportivo più solo del mondo. Così esposto a scoramenti, rabbie, frustrazioni, da ricacciare oltre la rete col semplice ausilio di una racchetta ovale: è già difficile affrontare una pallina, figurarsi il demonio.

Racchette infernali.

L’idea di Panatta e Azzolini è dantesca: un inferno del tennis in nove gironi, dai diavoli a quattro a quelli del futuro. Troviamo di tutto: uomini e donne, adolescenti prodigio e adulti allo sbando, morti e sopravvissuti, anche assassini come in ogni inferno che si rispetti. Tanti gli ospiti d’onore a cominciare da sua Maestà Roger Federer, carnefice di Andy Roddick e poi vittima di Novak Djokovic. Presente anche la regina, Serena Williams, con il suo diavolo… italiano. Nutrita la pattuglia degli eroi in bianco e nero: il lavoro di Panatta e Azzolini riporta a galla tanti pionieri della racchetta, ben ricostruiti storicamente e sportivamente. Personaggi come Bunny Austin, colui che introdusse i calzoni corti davanti ai sovrani d’Inghilterra, o come Arthur “Tappy” Larsen che andò in guerra e non fu più lo stesso, ma continuò a giocare. Il diavolo li rincorre tutti in abiti sempre diversi: scogli insuperabili, sogni proibiti, traumi giovanili ma anche un tracollo fisico, una federazione cinica, un regime implacabile. Perfino loro stessi, come Panatta ha sperimentato di persona in un pomeriggio del 1979: le vie del Signore sono infinite, quelle del nemico interiori.

Lotte interiori.

Ma i nostri campioni combattono, gli esiti sono imprevedibili e c’è addirittura chi riesce a farsi un baffo del suo demonio, come Mansour Bahrami che scappò dall’Iran e visse di stenti prima di ricevere aiuto (cercatelo su YouTube, c’è da divertirsi). Ogni capitolo termina con una rubrica fissa, i Racconti romani in cui gli autori riportano fatti e misfatti del torneo di casa, gli Internazionali di Roma. La documentazione generale è solida, lo stile narrativo sostenuto, gli spunti di riflessione originali. Se proprio dobbiamo trovare un problema a questo libro, imprescindibile per gli appassionati di tennis, puntiamo su un difetto strutturale. Come in tutte le raccolte di testi la lettura fa più fatica ad “aggrapparsi” ai personaggi, che cambiano di continuo; alla fine ci si sente un po’ come dopo un grande buffet di gala in cui mangi e bevi bene, stringi mani e sgrani sorrisi ma poi ricordi solo vagamente cos’hai ingerito o chi hai conosciuto. Però sei sazio, su questo nessun dubbio.

Perché leggere Il tennis l’ha inventato il diavolo di Adriano Panatta con Daniele Azzolini:

perché racchiude tanta storia del tennis raccontata con la giusta dose di aneddotica e passione; perché fa conoscere storie ignote o dimenticate; perché riflette sul tennis come esperienza psicologica, non solo sportiva.



Titolo:
 Il tennis l’ha inventato il diavolo
Autore: Adriano Panatta (con Daniele Azzolini)
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2019
Pagine: 295

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