Nato per non correre – Salvo Anzaldi

Storia di un emofilico e della sua maratona (non solo di New York)

di Andrea Rossetti

Nato per non correre (2019, CasaSirio, pp. 288) è un libro di sport fino a un certo punto. Lo dice l’autore stesso, il giornalista Salvo Anzaldi, che spiega come a lui correre, in realtà, non piaccia affatto. Eppure questo libro è la storia, autobiografica, della sua corsa. Alla maratona di New York, ma soprattutto nella vita. Una vita che in “dono” gli ha portato una patologia rara e molto fastidiosa: l’emofilia. In altre parole, il suo sangue ha una carenza di quel fattore che ne permette la coagulazione e quindi anche la caduta più banale può causargli emorragie, forti dolori e problemi di movimenti. Salvo Anzaldi è un emofiliaco che, inoltre, ha una protesi di titanio al ginocchio, devastato dai troppi versamenti di sangue. Per questo è un «nato per non correre». Che però ha corso. E pure alla grande.

Basta una domanda. Gli ingredienti per una bella storia ci sono. E questa autobiografia se li gioca tutti, una pagina alla volta. Dall’infanzia felice ma con l’incognita di quella malattia che nessuno capiva, all’adolescenza divisa tra partitelle di calcio col fiato sospeso, canzoni di Bruce Springsteen e un tifo sfegatato per l’Inter. Fino ad arrivare all’età adulta, al lavoro di ogni giorno in una redazione. Sullo sfondo, sempre quei dolori, quei fastidi, quelle difficoltà a fare tutto come gli altri. Anzaldi lo racconta senza falsa ipocrisia, senza vittimismo. La sua patologia esiste e, semplicemente, spiega come ci abbia fatto i conti sempre, ogni giorno della sua vita, fino a quando una domanda capovolge il suo mondo e le sue certezze: «Te la senti di allenarti per la maratona di New York del prossimo anno?».

Lui, malato, come tutti noi. Un’impresa, che Anzaldi ha compiuto insieme a un gruppo di persone emofiliche come lui, apparentemente impossibile ma resa reale grazie all’impegno, alla dedizione, all’allenamento e anche e soprattutto grazie alla medicina e ai suoi progressi. Nato per non correre è un po’ racconto e un po’ un viaggio. È una corsa al fianco dell’autore. La lettura scorre veloce tra battute, richiami pop, piccole avventure quotidiane. La principale forza di questo libro è la cancellazione di ogni distanza: sebbene l’autore sia emofilico, la sua (felice) penna annulla la distanza tra lui e noi, rendendo i lettori assolutamente partecipi della sua esperienza e della sua vita. E anche quando la malattia comporta un inevitabile distacco dalla “normalità”, Anzaldi è bravo ad aggirare l’ostacolo semplificando al massimo non tanto la narrazione, quanto il fatto in sé. Una sorta di riduzione ai minimi termini della problematica per renderla così comprensibile a tutti («Nessuno ha mai avuto l’idea di chiedermi cosa significhi una limitazione motoria negli anni dell’infanzia o dell’adolescenza oppure cosa comporti a livello relazionale e sociale la convivenza forzata con articolazioni imperfette e – per circa un decennio –  spettri di malattie  terribili. Invece mi hanno domandato più volte dei buchi nelle vene. […] No, non è mai stato un problema. Il motivo per cui le mie braccia erano sforacchiate come il bersaglio del tirassegno lo sapevo io e lo sapevano le persone a me più vicine. Tanto bastava»).

La normalizzazione come pregio. Se molti in Nato per non correre vedono il racconto di una vittoria sulla sofferenza, l’epica del “non mollare mai”, personalmente ci vedo invece una cosa ben più semplice e, allo stesso tempo, profonda: la normalizzazione. Di una patologia, ma anche dello sport. Che diventa non tanto un fine (il risultato, l’obiettivo), ma un mezzo attraverso il quale esprimersi e raccontare storie. Anzaldi non è uno sportivo, eppure nella corsa ha trovato la sua massima espressione di vita. A New York ci è andato e ha concluso la maratona in circa sei ore (sei ore e diciassette secondi per la precisione). Ma conta davvero? No. E lo dice pure lui, lo sa, lo spiega. Forse il libro manca un po’ di pathos e di verve in certi passaggi, ma certo non manca di forza e di sostanza.

Perché leggere Nato per non correre: per capire che Springsteen canta sempre per ognuno di noi, che la pietra filosofale si trova sotto il prato di San Siro e che ogni nostra cicatrice merita una missione, non importa quanto grande o apparentemente impossibile.

Titolo: Nato per non correre
Autore: Salvo Anzaldi
Editore: CasaSirio
Anno: 2019
Pagine: 288