L’autobiografia del mitico allenatore romano

Filo rosso.

Carlo Mazzone ci ha purtroppo lasciati nell’estate 2023. E forse il modo migliore per ricordarlo a dovere può essere riprendere in mano il suo libro, Una vita in campo, pubblicato nel 2010 (e riedito nel 2019) e scritto assieme ai giornalisti Marco Franzelli e Donatella Scarnati. Mazzone è uno di quei fili rossi che legano epoche diverse del nostro calcio: ha allenato dal 1969 al 2006 e risulta, con quasi ottocento panchine all’attivo, l’allenatore più presente nella storia della Serie A. Un monumento del calcio italiano, nonché un personaggio capace di lasciare bei ricordi un po’ dappertutto. A cominciare da Ascoli, la città che lo ha adottato e in cui è cominciata la sua carriera di mister, a fine anni Sessanta. Una vita in campo ci riporta però ancora più indietro, addirittura nel secondo dopoguerra: in quel periodo, e precisamente nel giugno del ’59, un giovane Carletto esordiva in Serie A come difensore nella sua Roma (che avrebbe poi allenato oltre trent’anni dopo).

Da Ghiggia e Baggio.

Erano proprio altri tempi, se pensiamo che la stella giallorossa era l’uruguaiano Alcides Ghiggia, celebre per aver segnato il gol vincente nella finale dei Mondiali 1950 (quelli del Maracanazo brasiliano). Dieci anni dopo un brutto infortunio costrinse Mazzone ad appendere le scarpe al chiodo, ma l’allora presidente dell’Ascoli, Costantino Rozzi (figura chiave), volle tenerlo in società e gli propose di guidare le giovanili del club. Da lì il tecnico romano ha cominciato il suo personale giro d’Italia, firmando sempre ad Ascoli alcune delle imprese più memorabili: la scalata dalla Serie C alla Serie A (tra il ’71 e il ‘74) e ben quattro salvezze di fila negli anni Ottanta. Altre tappe ricordate nel libro sono quelle di Fiorentina, Catanzaro, Cagliari e ovviamente Roma, sulla panchina del suo cuore. Fino alle esperienze conclusive a Perugia, Bologna e soprattutto Brescia, dove Carletto svezzò il giovane Andrea Pirlo (bello il passaggio nelle pagg. 104-105), vide rifiorire Roberto Baggio e visionò in anteprima un brasiliano di nome… Kakà.

Prima l’uomo.

Ma non sono solo i risultati sportivi, pur certamente meritevoli, ad avere fatto di Mazzone un grande. Nell’autobiografia, il mister insiste più volte sull’approccio che ha avuto verso le sue squadre e i suoi giocatori: «Ho sempre allenato prima l’uomo, poi il calciatore». Questa idea, tradotta in un certo tipo di atteggiamento, lo ha reso un allenatore adatto per ogni tipo di atleta, dal più fine dei campioni (vedi Totti, che ha scritto la prefazione) al più umile dei gregari, dal talento in rampa di lancio all’esperto in cerca di riscatto. In un ambito sempre più competitivo come il calcio, tutti si sono trovati bene con Mazzone, anche presidenti vulcanici (Sensi, Gaucci) e dirigenti autoritari (Moggi). Il perché è ben spiegato nel corso dei dieci capitoli, che si concludono con un contributo particolare: quello dello scrittore romano Fernando Acitelli il quale ha giocato con la figura del mister, cui è legatissimo, traportandolo… in un’altra epoca storica, assieme ad altri miti del pallone. Noi lettori non possiamo che accodarci all’invocazione finale: «Grazie, caro Mazzone, per il gioco che tanto hai amato e che hai contribuito a far amare a tutti». Arrivederci mister!

Perché leggere Una vita in campo di Carlo Mazzone:

perché ci permette di riconoscere (o conoscere, per i più giovani) il valore del protagonista a tutti i livelli: tecnico, tattico, umano.


Titolo: Una vita in campo
Autore: Carlo Mazzone
Editore: Baldini+Castoldi
Anno: 2019
Pagine: 235

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