A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio – Simon Critchley

Quando il calcio diventa malattia

di Alba Uttaro

Simon Critchley è matto. Ma lo dichiara subito e fin dall’introduzione avvisa infatti il lettore che sta per leggere un libro sul calcio scritto da un malato di calcio, un pazzo di calcio, che pensa solo al calcio, che vive per il calcio, in particolare per il Liverpool. E non si smentisce. Critchley si cimenta nella missione di descrivere con dovizia e facendo bella mostra di una cultura di un certo livello i parallelismi tra calcio e teatro, calcio e filosofia, addirittura calcio e religione che l’uomo del lunedì della Gazzetta pensa ma non riesce a esprimere senza sembrare ingenuo.

Ogni tanto esagera, però. Ci sono dei punti in cui pare proprio che Critchley si faccia un po’ prendere la mano. Esagera quando con “licenziosità belga” paragona l’esperienza della partita all’atto sessuale con il beneficio del dubbio tutto filosofico, dovuto al fatto che si tratta “una questione empirica, e lascio che ciascun lettore decida per sé”. Ma sarà un caso che ogni tanto una fidanzatina chieda, mettiamo: “Ami più me o l’Inter?” Esagera anche quando si chiede cosa si prova a essere una palla, arrivando a umanizzarla, ad attribuirle una vita propria, una volontà di favorire o non favorire una squadra. Follia, certo, ma quante volte abbiamo pensato che fosse la palla stessa a non voler seguire la traiettoria impressa correttamente da un giocatore impotente? Esagera quando azzarda un parallelismo tra piacere apollineo e dionisiaco, il che pare francamente sopra le righe, ma voi avete visto le espressioni di certi maschi in allucinazione collettiva allo stadio?

Gli eroi. Grande carrellata di nomi importanti, due, in particolare, descritti al limite dell’agiografia. La figura di Zidane che “lascia intravedere tra le ombre un’interiorità apparentemente inaccessibile, un reale che resiste alla mercificazione, un’atmosfera simile a quella dell’istante in cui Orfeo si volta per guardare Euridice che sparisce nell’Ade”. Come dicevo, sopra le righe. Ma raggiunge il massimo con Klopp, associato a Heidegger per la risolutezza nel pensiero. Leggere per credere.

Il calcio come esperienza religiosa. Puntuale arriva la relazione tra credere in Dio e credere in una squadra di calcio. “Il concetto di momento, di cui ho provato a rendere conto, ha senza dubbio un’evidente sfumatura religiosa. Non essendo cristiano, a differenza di Klopp, il Liverpool è la cosa che nella mia vita più si avvicina a un’esperienza religiosa.” E una perla che non può non convincere: “pensate a quanto sarebbe fantastico se la propria squadra potesse comprare Gesú a parametro zero dall’Fsv Nazareth 00”. Sì, l’ha scritto davvero.

Perché leggere A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio: perché credere nel calcio vuol dire credere alle favole, essere un po’ stupidi e un po’ utopisti.

Titolo: A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio
Autore: Simon Critchley
Editore: Einaudi
Anno: 2018
Pagine: 166