L’autobiografia dell’Imperatore brasiliano

«Se non avessi passato quello che ho passato, chi sarebbe, oggi, Adriano?
Se non bevessi, se avessi mio padre ancora con me, se rispettassi le regole, se mi fossi sposato, se andassi in chiesa, se mi fossi lasciato la favela alle spalle…
Che ne sarebbe di me, oggi? Impossibile saperlo.
L’unica certezza è che sarebbe una storia molto diversa da quella che sto raccontando adesso.
Forse addirittura una storia meno interessante?»

Libro “pesante”.

Che casino Adriano! Ma in fondo ogni essere umano è un gran casino. O no? L’autobiografia del calciatore brasiliano Adriano Leite Ribeiro, intitolata La mia paura più grande, è arrivata in Italia quest’anno (2026) e si candida come uno dei libri di sport più interessanti degli ultimi tempi. Interessanti e “pesanti”, potremmo dire. C’è dentro davvero tanto, anzitutto a livello quantitativo perché si tratta di oltre cinquecento pagine, con ben trentotto capitoli ad una media di quattordici pagine l’uno. Tanti fatti che si inseguono, si intrecciano e si ripetono. Svariate situazioni, episodi più e meno positivi, talvolta anche gravi. Adriano, nato nel 1982 in una favela di Rio de Janeiro, ha parecchio da raccontare e non si tira indietro, ripercorrendo la propria vita in modo molto personale. La narrazione è caotica, anche contraddittoria, ma emotiva e sincera. Ed aggancia il lettore abbastanza rapidamente. Merito pure di Ulisses Neto, scrittore che ha aiutato l’ex attaccante a riportare su carta tutto quanto. E, per l’edizione italiana, un grande applauso va rivolto ai traduttori Francesco Ambrosini e Roberta Fragonese, il cui lavoro ha riprodotto perfettamente i pensieri e la personalità del protagonista.

Ascesa e declino.

Stiamo parlando di un giocatore sbocciato improvvisamente nei primi anni Duemila, consacratosi a livello mondiale con le maglie dell’Inter e della sua nazionale. Per due-tre anni, tra il 2003 e il 2005, Adriano è stato inarrestabile, tanto da meritarsi il soprannome di Imperatore. Un fisicaccio tutto muscoli con capacità tecniche tipicamente brasiliane (per chi non lo sapesse, i sudamericani sono considerati i più abili giocolieri col pallone ai piedi). Inarrestabile nelle sue progressioni, era abile nel tiro (di una potenza devastante), nel colpo di testa, nel dribbling. Un’arma totale insomma. Che però ad un certo punto si è inceppata. Dopo un paio di stagioni da dominatore assoluto, con l’Inter ed il Brasile, Adriano ha imboccato un declino che lo ha portato ad abbandonare il calcio ad appena trent’anni. Come è noto, una delle cause fu la morte del padre Almir, avvenuta nell’agosto 2004 quando il ragazzo ne aveva ventidue. Una mazzata per chiunque, a maggior ragione per Adriano che ha sempre considerato la famiglia ed il contesto familiare, la favela di Vila Cruzeiro, i suoi tesori più preziosi (leggendo si capisce benissimo). L’Imperatore aveva già sofferto il distacco dai suoi cari quando, nel 2001, aveva lasciato il Brasile per venire a giocare in Italia. Dopo la perdita del papà qualcosa si è spento del tutto e le sue motivazioni hanno preso altre strade.

Umanità non filtrata.

Il ragazzo ha cercato di colmare il vuoto interiore con ciò che il suo mondo gli offriva: svaghi ed eccessi in compagnie varie ed eventuali. Per un po’ è riuscito a mantenersi a buoni livelli. Si è regalato altre gioie, su tutte il campionato brasiliano vinto da miglior goleador con l’amato Flamengo, nel 2009. Ma giocare, segnare, vincere, non erano più gli obiettivi principali. Adriano doveva trovare una pace che il pallone non poteva più restituirgli. Ha provato a lungo a rimanere a galla, ma tutto è diventato sempre più difficile, fisicamente e mentalmente. Nel libro troviamo il protagonista al giorno d’oggi, nella sua città Natale e nei suoi luoghi quotidiani: la favela, un bar, una villa di proprietà… Da lì, in compagnia degli amici storici e di occasionali donzelle, Adriano prende la parola e in ogni capitolo racconta, ricorda, commenta. Scherzando, ridendo, piangendo. Il tono è molto colloquiale, parolacce in abbondanza, ma questo ci aiuta ad immergerci e ad avvicinarci. Abbondano gli aneddoti, sia positivi che negativi, e troviamo altri grandi personaggi del mondo del calcio come Ronaldo il Fenomeno o Massimo Moratti, storico presidente dell’Inter. Soprattutto però troviamo tanta umanità “non filtrata”, se così si può dire e alla fine, chiudendo il libro, un po’ dispiace perché è difficile non affezionarsi alla storia di questo ex campione. La cui paura più grande, in fondo, è quella che potrebbe avere ognuno di noi.

«…ho pensato di essere guarito. Guarito da cosa, poi?
Oggi so che non è possibile, credo che non lo sarà mai.
Non posso guarire da un bel niente, perché io sono questo qui: prendere o lasciare.
Nemmeno io mi capisco fino in fondo, cazzo»

Perché leggere La mia paura più grande di Adriano:

perché è un libro potente e delicato al tempo stesso, che sembra davvero portarti al fianco del protagonista.


Titolo: La mia paura più grande
Autore: Adriano
Editore: Mondadori
Anno: 2026
Pagine: 535

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