Roberto Baggio. Il Divin Codino – Fabio Fagnani

Un calciatore diventato sentimento (peccato qui manchi proprio questo)

di Andrea Rossetti

Che nello scrivere di uno dei più grandi fantasisti (termine meraviglioso, di un’eleganza neorealista che purtroppo s’è persa) venga meno la fantasia è, purtroppo, una mancanza difficilmente perdonabile. Cos’è stato Roberto Baggio? Musica. Un codino ondeggiante che teneva il ritmo, fosse jazz o fosse blues; un numero 10, il numero 10; un carismatico simbolo di libertà calcistica, emotiva e spirituale; un vincente mancato, in costante equilibrio tra leggenda e tragedia. Manca questo – e ahinoi, non è poco – in Roberto Baggio. Il Divin Codino di Fabio Fagnani (Diarkos, 2019, pp. 287), giovane giornalista, opinionista e insegnate di comunicazione. Manca il guizzo a cui Baggio ha educato i Millennials dello sport.

Una lunga walk of fame narrativa. Nella quasi trecento pagine di Fagnani si ripercorre, passo dopo passo, la carriera del fuoriclasse di Caldogno. Dalle partitelle in strada, o nel salotto di casa, alla standing ovation di San Siro in quel Milan-Brescia che, il 16 maggio 2004, decretò il suo addio al calcio. Ci sono gli infortuni (tanti, troppi, tutti ingiusti) e i gol, gli assist e il Pallone d’Oro 1993, il maledetto rigore sbagliato a Pasadena e la magica notte del Bernabeu con la maglia nerazzurra addosso. C’è tutto, non manca niente. Ma solo del già noto. Fagnani spiega che Baggio rappresenta la «componente emotiva» del “suo” calcio, eppure fatica a trasmettere ai lettori proprio quell’emotività che non può mancare se parli o scrivi del Divin Codino. Lo stile della narrazione è fluido, scorre bene, ma manca quel qualcosa che ti tenga attaccato alle pagine.

La tragedia e il carisma. Manca la tragedia. Ché Baggio è questo, in primis. Non è solo leggenda, gol da cineteca, assist da spellarsi le mani e giocate fuori dalla concezione umana; è anche e soprattutto ciò che poteva essere e non è stato. Vuoi perché nato in un’epoca che, paradossalmente, faticava a inquadrare tatticamente giocatori così (giustamente nel libro si sottolinea come Ancelotti non lo volle al Parma, decisione di cui anni dopo s’è pentito amaramente e pubblicamente), vuoi perché ha giocato praticamente tutta la carriera senza un ginocchio, quasi due gli ultimi anni. Baggio divideva così come incantava, sprofondava in abissi di rara cupezza per poi uscirne con classe illuminante. Era lo yin e yang del calcio in una sola persona. Non basta ricordare i suoi insuccessi (tanti, perché Baggio è un vincente mancato, un «coniglio bagnato») per rendere la tragedia presente in lui, nella sua figura. Così come non basta ricordare il suo carisma per spiegare quanto fosse realmente carismatico. Talvolta pigro metodista della trequarti (soprattutto nella seconda fase della sua ventennale carriera), era troppo carismatico per scomparire dal campo. Il suo era un carisma silenzioso, buddhista, fatto di sguardi. Baggio era di una bellezza artistica, rococò diceva Brera. Il libro di Fagnani “promette” di raccontare la storia di «un calciatore diventato sentimento» – frase bellissima – ma poi è come se dimenticasse di farlo.

Gli «extra», la vera chicca. Andando oltre le critiche, figlie soprattutto del fatto che Baggio vorremmo un po’ tutti raccontarlo e (forse) riteniamo di essere tutti più bravi a farlo rispetto a chi ha avuto davvero il coraggio di provarci, resta un libro se non necessario, quantomeno utile a chi Baggio non ha avuto la fortuna di goderselo. Roberto Baggio. Il Divin Codino rappresenta il perfetto avvio di un cammino, che poi va per forza di cose arricchito però. E se la narrazione presenta qualche lacuna, le ultime sessanta pagine circa sono, invece, una godibilissima chicca. Gli «extra», come li chiama Fagnani, rappresentano una ricchezza che l’autore è stato bravo a valorizzare. Ci sono le interviste a Giuseppe Bergomi, compagno di Baggio in Nazionale e all’Inter, ad Antonio Pagni, storico fisioterapista del 10 vicentino, e a Vittorio Petrone, amico e manager del Divin Codino. Ci sono la lettera che Baggio scrisse in occasione della morte di Stefano Borgonovo e la sua breve (ma esemplificativa dell’uomo) esperienza in Figc. Ci sono, insomma, quei “più” che invece sono mancati nelle duecento e passa pagine precedenti.

Come Baggio, solo Baggio. E scremando il tutto, dunque, cosa resta? Resta la storia di un calciatore che ha incantato tutti (o quasi) ma che pochissimi sono stati in grado di raccontare, tant’è che il miglior libro su Baggio resta la sua autobiografia, Una porta nel cielo, pubblicata nel 2001 e aggiornata nel 2004 (ed. Limina). Perché Baggio è stato l’ultimo 10 vero stampato nei sogni e i sogni, si sa, quando lasciano l’onirico appaiono deboli, fragili, inconsistenti. Come in campo, così nessuno sarà mai in grado, forse, di raccontare in un libro Roberto Baggio come solo Roberto Baggio ha saputo fare. Nessuno lo farà come lui, con quella saggezza, con quella vanità, con quella fierezza, con quell’eleganza. Solo Baggio, Roberto Baggio.

Perché leggere Roberto Baggio. Il Divin Codino: perché rappresenta un buon punto di partenza nella conoscenza di una leggenda. Ma se volete scoprire anche la tragedia, serve di più. Molto di più.

Titolo: Roberto Baggio. Il Divin Codino
Autore: Fabio Fagnani
Editore: Diarkos
Anno: 2019
Pagine: 287