Chiacchierata con l’autore di Andrés Iniesta, come una danza


Gianni Montieri è napoletano di nascita (e di anima), ma vive a Venezia. E quando lo raggiungiamo al telefono lo troviamo intento a passeggiare per le calli. Una location perfetta per fare quattro chiacchiere sul suo ultimo libro, Andrés Iniesta, come una danza (2021, pp. 181), edito da 66thand2nd, il suo primo libro sullo sport. Perché Montieri, solitamente, scrive di poesia. Le cose imperfette (2019, Liberaria) e Avremo cura (2014, Zona) sono le sue raccolte più note. Oppure scrive di letteratura, come per HuffPost. Nello spazio di mezzo tra la letteratura sportiva e la sua “comfort zone” letteraria, c’è un mondo fatto di passioni e collaborazioni, tra cui anche quelle per Rivista Undici e Ultimo Uomo, dove Montieri dà sfogo al suo amore per lo sport. Principalmente per il pallone. Soprattutto per il Napoli.

Una domanda forse banale, ma necessaria: perché proprio Iniesta?
«Sono consapevole che Iniesta non rappresenti il personaggio sportivo che solitamente si racconta in un libro come questo, biografico. Quando 66thand2nd mi ha contattato, ho iniziato a pensare a chi mi sarebbe piaciuto raccontare. E ho pensato subito ad Andrés, perché la sua normalità mi avrebbe permesso di scriverne con uno stile vicino al mio».

Raccontare un antidivo, un uomo “normale”, è stato difficile?
«In realtà era proprio quello che volevo. Mi affascinava l’idea di indagare l’animo di un uomo tranquillo, nella vita come in campo. Certo, era un rischio, anche per quello ho chiarito subito all’editore come avrei voluto procedere».

Ovvero?
«Non seguendo il solito schema cronologico. Non ne sarei stato capace, ma soprattutto non avrebbe reso al meglio, a mio parere. Ho cercato un nuovo ordine».

A tal proposito: l’ordine è un elemento ricorrente nel libro. Lei sottolinea spesso come Iniesta abbia l’incredibile capacità di mettere ordine nel caos. Narrativamente, invece, lei ha provato a crearne uno nuovo, di ordine.
«Sì, è andata così. Per quella che è la mia formazione, dovevo cercare un ritmo nella narrazione. Non c’è un ordine temporale, ma più psicologico. Più che gli eventi, seguo i momenti».

Da qui anche lo stratagemma del “diario” di Iniesta, pagine in cui il protagonista del libro, attraverso di lei, parla in prima persona.
«Quelle pagine sono quelle dove ho potuto mettere, allo stesso tempo, più di me stesso e di Iniesta. Perché per scriverle ho studiato molto il personaggio, ascoltato dichiarazioni, letto cose, visto video. Ma poi ho potuto usare di più la narrazione».

A differenza di molte altre opere (sportive e non) recenti, nella sua l’elemento che la critica letteraria del New Yorker Parul Sehgal definisce «trauma» non è fondante. Mi spiego meglio: per raccontare Iniesta, a differenza di molti altri grandi sportivi, non si parte da un trauma (l’infanzia difficile, la perdita di qualcuno, cose così). Anche in questo è un uomo normale, ma forse meno affascinante, no?
«È verissimo. E, come spiegavo, è anche ciò che mi ha spinto a scrivere di lui. Una specie di sfida, se così vogliamo chiamarla. Anche se, in realtà, nella vita di Iniesta il trauma alla fine c’è: la morte dell’amico Dani Jarque».

Che però arriva dopo. Anzi, il capitolo che lei dedica alla morte di Jarque e alla successiva depressione di Iniesta, è forse la chiusura del cerchio: l’uomo normale che si perde e poi si ritrova.
«È la cosa che mi ha colpito di più di Iniesta. Anche nella depressione lui trova quella capacità di mettere ordine che ha contraddistinto la sua vita in campo e fuori. Superati i primi momenti durissimi, quando addirittura disse a Guardiola di voler lasciare il Barcellona o quando chiese a sua madre di poter dormire a letto con lei, Iniesta si pose in un atteggiamento costruttivo: voleva uscirne, stare meglio. Ovviamente il supporto della società, dei compagni, degli amici, della famiglia è stato fondamentale, ma è innanzitutto lui a porsi nello spirito giusto».

Anche in quel caso, trova la forza nella calma.
«Sì, ma allo stesso tempo è il momento in cui traspare anche il fuoco che arde in lui. Credo che quel fuoco sia alla base della sua vittoria sulla depressione così come dei gol pesantissimi che ha segnato in carriera. E poi c’è un altro elemento molto bello che traspare da una vicenda difficile come quella».

Cioè?
«Il fatto che lui ne è uscito perché si è fidato degli altri. Fino a quel momento, un elemento cardine della sua vita era la fiducia che gli altri avevano sempre riposto, ben ripagati, in lui. In quel caso, invece, è stato lui a fidarsi ciecamente degli altri. Non è una cosa banale, è un passaggio che fa capire quanto un personaggio “normale” abbia, in realtà, una psicologia profonda».

È stato difficile trovare tutte le informazioni per un libro di questo tipo? Anche perché lei viene da un mondo narrativamente lontano da questo tipo di ricerca giornalistica, diciamo.
«Infatti ho avuto lo stesso approccio che ho di solito con la poesia e la letteratura: ho seguito l’ispirazione. Diciamo che ho mixato le mie due passioni (ride, ndr). Ho iniziato andando a rivedere quante più partite possibili, poi ho letto tantissime interviste, articoli su varie riviste. Mi sono guardato un documentario stupendo dedicato a Iniesta su RakutenTv. Attraverso queste fonti ho potuto percepire la profonda stima e il grande affetto che provano tante persone per lui. Soprattutto gli avversari. Infine, mi sono riguardato più volte la conferenza di addio al Barcellona. Ricordo che la vidi in diretta commentandola al telefono con alcuni amici. Pare assurdo oggi, ma eravamo commossi. Perché lì c’era tutto Iniesta, compreso il suo tempismo nel capire quando era venuto il momento di salutare».

Il tempo è un elemento che torna spesso nelle sue poesie, così come nel gioco di Iniesta e nel calcio in generale (rubare il tempo, scegliere il tempo, ecc…). Un punto di contatto tra poesia e calcio. Ne ha trovati altri?
«Credo che ce ne siano molti tra la poesia e quasi tutti gli sport. Mi spiego meglio: il calcio, come il basket o il tennis, sono sport che si svolgono in uno spazio delimitato e nei quali l’occupazione dello spazio e lo svolgimento seguono regole chiare. Quello che poi riempie il tutto, però, è il colpo del fuoriclasse, che va a trovare uno spazio o a coprirlo là dove altri non lo vedevano o le regole non lo prevedevano. Ecco, la poesia è più o meno lo stesso: il campo da gioco è la pagina bianca, nella quale tu scrivi delle parole seguendo delle regole, una metrica, un ritmo. Poi, però, la poesia nasce negli spazi vuoti, nelle scelte dei termini e in ciò che il lettore vede e sente. Nello sport come nella poesia, la differenza la fa lo spazio vuoto che viene riempito».

Ha mai pensato di scrivere un libro di sole poesie sul calcio?
«No, però di poesie sul calcio ne ho scritte molte. Nella mia prossima raccolta, che uscirà a marzo, ci sono ben cinque poesie dedicate a Maradona. Ma non è certo una novità, tanti grandissimi poeti hanno dedicato poesie meravigliose al calcio: Saba, Rabuni, Sereni».

Pensa che scriverà altri libri su calciatori o sportivi? Chi le piacerebbe raccontare?
«Devo dire che Zidane è un personaggio che mi affascina. Sta perfettamente a metà tra la normalità di Iniesta e l’eccentricità di un Ibrahimovic, per dire. Consiglio, a tal proposito, un bellissimo libro francese intitolato La malinconia di Zidane, che racconta la finale dei Mondiali del 2006 concentrandosi solo su di lui. E la cui tesi di fondo è che Zidane non sapesse dire addio al calcio. L’opposto di Iniesta, insomma. Un altro calciatore che amerei raccontare, poi, è Henry, forse l’attaccante che più ho amato. Meraviglioso».


iTitolo: Andrés Iniesta, come una danza
Autore: Gianni Montieri
Editore: 66thand2nd
Anno: 2021
Pagine: 181


Per leggere la recensione di Andrés Iniesta, come una danza, clicca qui.

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