Intervista a Luigi Garlando

Chiacchierata con il coautore di La Coppa degli Immortali

di Carlo Necchi

Luigi Garlando è un giornalista e scrittore nato a Milano nel 1962. Lavora per La Gazzetta dello Sport e ha scritto diversi libri, anche per ragazzi. Tra le sue pubblicazioni recenti ricordiamo O’ mae (Il battello a vapore, 2013, qui la nostra recensione), Io e il Papu (Rizzoli, 2017, qui la recensione) e La coppa degli Immortali (qui la recensione). Quest’ultima opera, edita da Baldini+Castoldi nel 2019, ripercorre il cammino del Milan nella Coppa dei Campioni 1988/1989, sotto la guida di Arrigo Sacchi. Nell’intervista che segue il nostro confronto con l’autore del libro.

Sacchi ci dice che il merito è la strada maestra per vincere, ma che significato possiamo dare al termine “merito”? Significa giocare con maggiore qualità o semplicemente segnare un gol più degli altri?

Vincere con merito, per Sacchi, significa legittimare con il gioco il risultato, cioè aver condotto più a lungo il gioco, aver attaccato di più, aver costruito e concluso di più. Gli è capitato di strigliare la squadra dopo un 4-0, contro la Fiorentina, se non ricordo male, e di essere soddisfatto di un pareggio. Il risultato non era mai il primo criterio di giudizio. Contavano molto di più l’idea di gioco, lo stile e all’applicazione etica nell’interpretarlo.

La filosofia di Sacchi, quella per intenderci del “bel gioco”, si può considerare realmente più redditizia di quella per così dire “all’italiana”, che pone il risultato prima di tutto?

Per me sì, perché punta al dominio della partita. Chi gestisce il pallone, lo tiene lontano dalla propria porta e avrà più occasioni di arrivare alla porta avversaria. Non vuol dire essere sicuri di vincere e non vuol dire che non sia legittimo un altro stile di gioco. L’Atletico Madrid ha battuto con merito il Liverpool con le sue armi, ma ha avuto bisogno che il suo portiere fosse il migliore in campo e che gli attaccanti inglesi sbagliassero dei gol. Chi impone il gioco dipende meno dalla sorte, anche se può perdere.

Ultimamente, non c’è forse un po’ troppa retorica attorno all’idea di “bel gioco”? In fondo molte squadre vincenti si caratterizzano più per la solidità globale che per la spettacolarità delle trame in campo.

Più che retorica, credo che ci sia confusione: si identifica il “bel gioco” con un calcio spettacolare, estetico, tecnicamente sfarzoso. Il bel gioco, nell’accezione sacchiana, è fondato su principi non su colpi di tacco: recupero veloce e aggressivo, manovra collettiva e offensiva con undici uomini attivi. Questi principi non escludono la solidità, anzi, la pretendono. Il Milan di Ancelotti, Colombo, Gullit ed Evani era una squadra solida. L’Atalanta e il Liverpool sono squadre fisiche, solide, però hanno una grande riconoscibilità, perché non cercano di sfondare con la forza, ma con uno stile di gioco.

I principi di gioco sviluppati da Sacchi sono riproducibili su larga scala? Oppure rischiano di rimanere legati alla grandezza dei giocatori a disposizione?

Sono assolutamente riproducibili. I tre olandesi hanno fatto grande il Milan, ma è vero anche il contrario. Gullit e Van Basten i Palloni d’oro li hanno vinto al Milan, non prima. Baresi aveva già 29 anni quando arrivò Sacchi, ma prima non aveva vinto niente. Gasperini ogni anno cambia Atalanta, vede partire dei giocatori importanti e quelli che arrivano, magari sconosciuti, diventano altrettanto importanti. Un gioco organizzato e di qualità migliora sempre un giocatore. Non sempre un giocatore migliora una squadra.

A Napoli Maurizio Sarri ha proposto un calcio diverso, più qualitativo, ad alti livelli. Vede dei punti di contatto tra le idee del tecnico toscano e quelle di Sacchi?

Certo, i principi sono gli stessi: recupero aggressivo, manovra collettiva, intensità di azione, attacco continuo.

In base alle sue preferenze personali: dovesse selezionare un giocatore dal Milan degli immortali, per la sua grandezza o particolarità specifica, quale sceglierebbe e perchè? 

Direi Ancelotti, perché è la dimostrazione di come un gioco organizzato consenta di brillare a un giocatore che può avere dei limiti atletici. Carlo aveva il 30% certificato di inabilità alle gambe, dopo le operazioni alle ginocchia. Non poteva permettersi di saltare l’uomo in velocità. Però aveva velocità di cervello, occupava gli spazi giusti al momento giusto ed era regolarmente tra i migliori. Quella partita all’ala sinistra, con il numero 11 sulla schiena, contro il Real Madrid resta una delle più belle di tutta la carriera e anche la prova di come il gioco può aiutare ed esaltare un giocatore.

Cosa ha provato nell’accedere al “diario segreto” di Arrigo Sacchi? Com’è stato lavorare con lui per la stesura del libro? 

Per un appassionato di calcio, come sono io, parlare con Arrigo è sempre una festa, ogni volta provo la gioia di un bambino che sale su una giostra… Intervistarlo a lungo a Fusignano, a casa sua, cioè nel castello dove ha preparato tante battaglie storiche è stato ancora più emozionante. Aprire per la prima volta i suoi diari segreti è stata un’emozione ancora superiore. È stato come entrare nell’intimità dello spogliatoio del Grande Milan e nell’anima vera di Arrigo. Quelle pagine ricche di programmi di lavoro, di giudizi, anche severi, su partite e giocatori, mostrano nel modo migliore l’intransigenza e l’intensità di un mister ossessionato e ossessionante, ma anche la sua grande umanità, che non tutti sono riusciti a cogliere. Sul bordo superiore delle pagine, per esempio, annotava i compleanni dei suoi giocatori, anche quelli dell’ultima riserva o dei ragazzi della Primavera. Arrigo amava i suoi giocatori più di quanto li torturasse in allenamento…

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Titolo: La coppa degli immortali
Autore: Arrigo Sacchi (con Luigi Garlando)
Anno: 2019
Editore: Baldini+Castoldi
Pagine: 284