Intervista | Marco Iaria, Donne, Vodka e Gulag

Chiacchierata su “Donne, Vodka e Gulag”

di Alberto Coghi

Marco Iaria è redattore de “La Gazzetta dello Sport” dal 2007 ed in precedenza ha collaborato con il “Guerin Sportivo” e “Il Sole 24 Ore – Sport”. Nel 2016 ha vinto il premio Dardanello come miglior giornalista sportivo italiano under 40. Nel 2013 ha scritto, assieme ad Umberto Zapelloni, “Il calcio che vogliamo”, edito da “La Gazzetta dello Sport”. Nel 2018 è uscito per Ultra Sport “Donne, vodka e gulag. La vita di Eduard Streltsov, il campione”.

Quando hai sentito parlare per la prima volta di Eduard Streltsov?

Guardando un documentario della Bbc sul rapporto tra sport e comunismo. Per alcuni minuti venne raccontata la storia di Streltsov e ne rimasi subito affascinato. Non ne avevo mai sentito parlare, decisi di approfondire, con la curiosità del cronista.

Cosa ti ha spinto ad indagare a fondo sulla sua vita?

In Italia, e in generale in Europa, era stato scritto molto poco su di lui. Spulciai la stampa occidentale dell’epoca e capii ben presto che la vicenda di Streltsov era emblematica di un certo modo, molto approssimativo, di riportare fatti e circostanze che, ai tempi della guerra fredda, avvenivano al di là della cortina di ferro. Addirittura una rivista autorevole come Time inserì Streltsov in una Rogues’ Gallery, che richiamava le foto segnaletiche della polizia: sportivi dei paesi comunisti puniti per il loro comportamento e ritratti in maniera caricaturale, senza curarsi del fatto che quelle storie nascondevano sofferenze e tragedie.

Come sei riuscito a ricostruire così efficacemente la figura di Streltsov, come calciatore e come uomo?

Senza l’aiuto di un amico traduttore non sarebbe stato possibile. Grazie a lui ho potuto attingere a documenti russi, come le lettere che Streltsov scriveva alla mamma dal gulag, o intervistare uno storico del calcio russo come Vartanjan. Ho anche avuto la fortuna di parlare con James Riordan, professore britannico che soggiornò in Unione Sovietica ai tempi di Streltsov e vide giocare dal vivo Eduard.

Dovessi sceglierne una, quale caratteristica rendeva Streltsov un calciatore speciale?

Quello che mi ha colpito di lui era l’essere fuori dagli schemi, in un’era di forte regimentazione per il calcio sovietico. Gli atleti erano automi, i loro movimenti ripetitivi, lui era in grado di tirar fuori il colpo ad effetto – si pensi al tacco alla Streltsov – e pur giocando da centravanti vantava una visione di gioco impareggiabile.

Ricostruendo la storia di Streltsov, e del suo contesto storico, hai scoperto/imparato qualcosa di  significativo anche per te?

Ho imparato tante cose, proprio perché è stato cruciale il lavoro di ricerca. Sono sempre stato affascinato dalle storie di sport che si intrecciano con la società e la politica. Lo sport come strumento di consenso da parte delle dittature o dei regimi autoritari è un elemento ricorrente, che ha attraversato i secoli: basti pensare al soft power esercitato nei nostri tempi dagli sceicchi, dai russi o dai cinesi. La vicenda di Streltsov fa da monito: quando la politica mette le mani sullo sport, non finisce mai bene. La carriera di un talento ventenne, che avrebbe voluto vivere alla maniera occidentale come un George Best ante litteram, è stato stroncata dal regime comunista di Mosca, proprio nella fase dell’apparente disgelo di Kruscev. Un caso che può e deve farci riflettere ancora oggi.

Titolo: Donne, vodka e gulag
Autore: Marco Iaria
Data di pubbl.: 2018
Casa Editrice: Ultra Sport
Pagine: 172