Chiacchierata con l’autore de La Bomba

Oggigiorno per tutti Giuseppe Pastore è uno degli opinionisti principali di “Cronache di Spogliatoio” con le sue pastorali e i quiz da cui esce, puntualmente, trionfatore. Su Libridisport lo abbiamo conosciuto anche grazie ai suoi libri sul Milan e sulla Nazionale di volley maschile guidata da Julio Velasco. La sua ultima fatica letteraria, in “partnership” con la casa editrice 66thand2nd, ci racconta le vicende sportive di Alberto Tomba, uno dei più grandi sciatori di sempre.

Ed è proprio sul libro dedicato all’atleta azzurro che lo abbiamo intervistato.

Si può dire che Alberto Tomba sia un po’ finito nel dimenticatoio? Se sì, ti sei dato una spiegazione?

«Possiamo dire che è finito nel dimenticatoio volutamente, perché ha sempre avuto la volontà di non esporsi troppo. Tomba, infatti, non è mai stato né tecnico né consulente né opinionista, se non in maniera molto sporadica.

Tomba ha voluto l’oblio. Un oblio naturalmente sereno: non è certo uno in difficoltà, vive ancora nella sua bellissima villa sui colli bolognesi. Ha scelto però, anche per una certa – a mio modo di vedere – difficoltà nel reggere l’immagine di superuomo e superatleta vincente che ha avuto per oltre dieci anni, un buon ritiro, una vita più riservata, lontano da ciò che negli ultimi anni della sua carriera lo aveva sempre ossessionato: il gossip, i paparazzi, la visibilità, l’essere sempre fotografato.
Da quello che ho compreso, lui detesta essere fotografato: è molto gentile con chi va a trovarlo, anche i tifosi comuni, ma non vuole essere ripreso. Questa è una cosa che lo ha sempre un po’ traumatizzato. La sua è una scelta simile a quella di altri, come Roberto Baggio o, per cambiare disciplina e arte, Lucio Battisti: persone che, all’apice della popolarità, hanno deciso di prendersi il rischio di sparire, o quantomeno di essere meno visibili, anche a costo di essere dimenticati. Una scelta compiuta per il proprio benessere e per la propria salute mentale».

Tomba, per il racconto sportivo odierno, sarebbe un personaggio perfetto, eppure l’ultima pagina del tuo libro riporta la chiosa di Kristian Ghedina che dice che Tomba soffre il fatto che la gente non lo riconosce più in giro. Come si è arrivati a questo?

«Quella di Tomba non è stata sicuramente una scelta indolore. Oggi assistiamo a tantissimi atleti che si rilanciano, penso a Federica Pellegrini: un’atleta che ha scelto di stare davanti alle telecamere, che ha sempre voluto apparire anche fuori dal suo mondo; e questo vale anche per molti uomini. A mio parere però Tomba ha sofferto in maniera quasi patologica l’invadenza e la volgarità attorno alla sua immagine, creatasi negli anni ’90, e che gli è costata anche l’Arma dei Carabinieri, cosa che lui ha sofferto molto. Ha fatto questa scelta consapevole del fatto che avrebbe potuto, come dire, sparire, ma per una questione di autodifesa. Era come dire: “Non voglio più soffrire come negli ultimi anni”, e quindi si è ritirato in anticipo. Un ritiro prematuro, perché stava ancora benissimo fisicamente. È stato un ritiro per motivazioni mentali: era esaurito, sia dal fatto di aver già vinto tutto, sia dalla visibilità e dal chiasso che lo circondava. Non avendo poi avuto seconde carriere da presentatore, politico, opinionista, eccetera, è stato dimenticato. E per uno che era stato trascinato e amato dai tifosi e dalla gente comune, questo lo ha segnato.

Non ho mai incontrato Tomba, ma da quello che mi raccontano è una persona che sembra essere rimasta agli anni ’80 e ’90: capelli nerissimi, fisico molto curato. Vive la propria forma fisica come se fosse ancora un atleta. Probabilmente anche il tempo che passa, il vedersi invecchiare, è qualcosa di un po’ doloroso».

Come nasce l’idea del libro su Tomba? Come ti sei approcciato a lui?

«Per mia scelta, nelle biografie che ho scritto ho sempre cercato di stare lontano dal protagonista, se vivente. Innanzitutto, perché penso che l’atleta abbia spesso un ricordo un po’ ingannevole delle proprie prestazioni; pochi ricordano esattamente ciò che hanno fatto. Anche nelle autobiografie sportive si trovano errori. E poi perché credo che la biografia debba essere sincera, oggettiva: non deve essere un elogio. Ho sempre trovato l’autobiografia, anche in buona fede, un racconto un po’ indirizzato. Io invece sono convinto che bisogna raccontare quello che è successo, nel bene e nel male.

Tomba l’ho scelto dopo che, con la casa editrice con cui mi onoro di collaborare, la 66thand2nd, mi ero accordato per scrivere tre libri: due sul calcio, e un terzo su qualcosa di diverso. Riprendendo il lavoro sull’Italia di Velasco, ho pensato di restare in quel periodo storico, che io, nato nel 1985, ricordo solo in parte ma con vividezza. Non sono un esperto di sci (e penso si veda), ma ho cercato di colmare le lacune. Mi interessava scrivere di un atleta che non è mai stato veramente raccontato: esiste solo una sua autobiografia, ormai vecchia di vent’anni. Partendo da questo vuoto, ho deciso di scrivere di uno dei primi cinque atleti italiani maschi della storia. Poi il resto è venuto da sé: si trova talmente tanto materiale su YouTube e negli archivi dei giornali. All’epoca c’era una sorta di bollettino quotidiano: “cosa fa Tomba, dove si trova Tomba”, ecc».

Qual è, a tuo avviso, lo sportivo italiano che più gli si avvicina?

«Penso che la risposta più calzante sia Sinner, anzitutto perché sono due atleti di sport individuali. Baggio, per quanto immenso, non vinceva da solo. Tomba e Sinner sono il risultato di un team che li assiste, li migliora, li accompagna, pur senza scendere “in campo”. Anzi, il Sinner di oggi è l’evoluzione di un discorso nato in Italia proprio con Tomba alla fine degli anni ’80: Tomba è stato il primo atleta individuale ad avere un super-team dedicato esclusivamente a lui, e non solo tecnici federali. Con lui c’erano Gustav Thöni, il preparatore Giorgio D’Urbano, e un mental coach, figura che allora sembrava quasi folkloristica.

Oltre ai legami personali (il manager di Sinner è il figlio del preparatore atletico del primo Tomba), i due, carattere e origini a parte, condividono una grande professionalità. Tomba è passato come il simpaticone, ma era un professionista serissimo: non si è quasi mai infortunato e, a parte le prime stagioni, ha sempre mantenuto il peso forma e una preparazione impeccabile. Anche mentalmente era solidissimo. È questo che lo ha reso longevo e grandissimo: aveva difetti fisici, ma li ha affrontati e risolti. Mi premeva sottolineare nel libro quanto, al di là del personaggio pubblico, sia stato un atleta iper-professionale».

Qual è stato il tuo Tomba preferito?

«Ti direi il gigante di Albertville ’92, perché in una carriera in cui Tomba decide lui se vincere o no — per cui, se va bene, stacca tutti di un secondo e mezzo; altrimenti esce —, per la prima, probabilmente unica volta nella carriera, ha un rivale alla sua altezza: Girardelli del 1992.

Sembrano quasi darsi appuntamento ad Albertville. Prima manche: sono primo e secondo. Fanno benissimo entrambi, un vero duello. Un duello western: per la prima volta Tomba ha uno che va forte almeno quanto lui e deve stare lì davanti. Non dipende solo da lui.

Quella gara è, a mio parere, la più bella, perché vince l’oro olimpico in un giorno in cui è carico di pressioni, dato che quattro anni prima era diventato famoso vincendo le Olimpiadi di Calgary. Lì capisci che l’atleta è gigantesco, perché quando conta di più, vince. E questa è la cosa che definisce tutti i grandi atleti. Per cui, se è l’Olimpiade a definire un atleta, ti dico che il mio Tomba preferito è quello di Albertville ’92».


Titolo: La bomba. Lo spettacolo di Alberto Tomba
Autore: Giuseppe Pastore
Editore: 66thand2nd
Anno: 2025
Pagine: 204

Lascia un commento





Ti potrebbe interessare anche

Combatti!-Sara-Cardin

Combatti! – Sara Cardin

l'ultimo rigore di Faruk

L’ultimo rigore di Faruk – Gigi Riva

per-essere-chiari

Per essere chiari – Antiniska Pozzi

magico-basket

Coach Wizenard. Magico Basket Camp – Kobe Bryant

Condividi
Acquista ora