Chiacchierata con l’autore di Una casacca di seta blu

Paolo Frusca è uno scrittore bresciano che nel 2014 ha scritto assieme a Federico Buffa lo spettacolo tetrale Le Olimpiadi del 1936, ispirato ai Giochi Olimpici disputatisi in Germania durante il periodo nazista e dal quale è stato tratto il romanzo L’ultima estate di Berlino, premiato con il premio CONI per la letteratura sportiva nel 2016. Nel 2019 è uscito per Les Flaneurs Notturno Jugoslavo, scritto assieme ad Emanuele Giulianelli. La sua ultima fatica letteraria, uscita nel 2020, è Una casacca di seta blu, edito da Mondadori, sul quale si concentra la nostra intervista.

Come nasce l’idea di un libro del genere su Béla Guttmann?
«In realtà il processo è inverso! Io volevo scrivere un libro, genericamente, sul periodo fra le due guerre mondiali, sia dal punto di vista storico che calcistico. Era il periodo che mi interessava. Nel momento in cui scelsi la forma del romanzo, mi serviva però un personaggio cardine sul quale incentrarlo, uno la cui esistenza fosse stata “romanzesca”, appunto. Anche Sindelar e Meisl avrebbero potuto essere adatti allo scopo, ma le loro esistenze furono tragicamente brevi. E poi Guttmann era uno “sconfitto”, un fuggitivo, ed è più facile scrivere di sconfitti, almeno per me. Lui fuggì dall’Ungheria di Horty negli anni ’20, scappò dagli USA della grande depressione con l’accusa di aver violato le leggi sul proibizionismo, fuggì dalla Vienna orrenda del 1938, si salvò – e non volle mai dire esattamente come – dalle stragi della seconda guerra mondiale, abbandonò l’Ungheria della cortina di ferro, e poi la Lisbona nella quale avrebbe potuto restare da vincente. Ed infine, già ormai avanti con gli anni, si dimise da CT della nazionale austriaca, amareggiato dalle critiche della stampa viennese, che gli ricordavano, in maniera inquietante, i giornali degli anni venti e trenta. Insomma un fuggiasco perenne. E infatti nel romanzo mi interessava molto di più questa parte del personaggio Guttmann, piuttosto che le sue innovazioni tattiche, delle quali tutto si sa e si è scritto.  Per cui si può dire tranquillamente che io il povero Bela l’ho “sfruttato”».

Come mai la scelta di un tale stile letterario e di un tale soggetto protagonista? Pensi che il romanzo sportivo riesca a raccontare in maniera più efficace alcune vicende ed alcuni personaggi del passato?  
«Un saggio sarebbe stato tecnicamente impossibile. A parte che ve ne sono già moltissimi: biografie, analisi tattiche, tutti scritti molto bene, dettagliatamente. Ciò che mi era rimasto in mente era stato da me raccolto senza un ordine che consentisse di catalogare e ripescare da questo magma, di citare fonti e autori. Solo un esempio: tutta la parte sugli USA la ritrovo, nella mia testa, dalla sintesi di un’intervista di Guttmann degli anni ‘50 sul calcio negli USA, rievocata e pubblicata a stralci da un giornalista bresciano negli anni ‘80, in occasione di una amichevole estiva Brescia-Cosmos roba che lessi quarant’anni fa, ma che mi era rimasta impressa. Perciò tre volte filtrata! Per me insomma era possibile soltanto utilizzare la forma del romanzo, più nelle mie corde stilisticamente, ma che soprattutto consentiva di piegare alla mia esigenza narrativa anche fatti consolidati, la data della morte di Guttmann, per esempio, che nel mio romanzo è anticipata di tre anni. Credo che alcune figure del passato sportivo possano essere meglio rappresentate da un romanzo, piuttosto che da una pur dettagliata biografia. Diciamo che vedo una specie di confine anagrafico: dopo gli anni sessanta, settanta il flusso di informazioni, filmati, partite in diretta, informazioni di ogni genere è cresciuto a dismisura, fino a raggiungere il parossismo di oggi. Se fino per esempio a George Best una figura di sportivo poteva essere romanzata, oggi un romanzo su Cristiano Ronaldo, per dirne uno, sarebbe impossibile, col rischio di scivolare nel grottesco».

Che tipo di lavoro hai dovuto svolgere?
«Ho cercato di riavvolgere un nastro che era già tutto nella mia testa. Ho la presunzione di credere che quello che mi era rimasto in mente fosse ciò che davvero contava del periodo. Mi aveva anche colpito moltissimo il fatto che in momenti terribili, lancinanti, della Storia europea, tuttavia si sia continuato a giocare a calcio… un incredibile Admira – Juventus, Mitropa cup del 1934, con Vienna in stato d’assedio e combattimenti per le strade, o lo spaventoso Rapid Vienna – Schalke 04 a Berlino nel giorno dell’inizio della operazione Barbarossa, l’invasione dell’URSS del giugno 1941. Situazioni davvero incredibili, adattissime a un romanzo».

Personalmente ritengo che un libro come Una casacca di seta blu permetta a qualunque lettore di avvicinarsi al contenuto trattato, dandogli poi l’opportunità di approfondire privatamente l’argomento. Ci sono altre storie di sport che ritieni perfette per essere raccontate in maniera analoga?      
«Mi fai un grandissimo complimento, credo che ogni autore di libri simili sarebbe contento di sapere che un lettore, terminato di leggere, continui a interessarsi all’argomento, stimolato da ciò che ha letto. Sarebbe magnifico, qualcosa per cui varrebbe davvero la pena di scrivere. Comunque, tutta la Storia del ‘900 e le pagine di Sport che nel ‘900 sono avvenute potrebbero essere raccontate in modo romanzesco, peraltro è già stato fatto per molti di questi episodi: Olimpiadi del 1936, gli atleti afroamericani e il razzismo negli USA, la diplomazia del ping pong, i fatti di Monaco 1972, La Davis Italiana nel Cile del 1976, Argentina 1978, e i boicottaggi delle olimpiadi 1976, 1980 e 1984 e si potrebbe andare avanti ancora».

Nel ricostruire la carriera e la vita di Béla Guttmann qual è l’aspetto maggiormente significativo che ti ha colpito?
«Quel suo essere in perenne fuga, con la valigia sempre pronta sotto il letto. Aggiungerei anche di aver avuto la forza di mollare tutto all’apice della gloria sportiva – Lisbona – per la consapevolezza di essere stato trattato in modo pessimo dai dirigenti. Occorre tener presente che quel Benfica, che aveva costruito lui, vedi Eusebio, avrebbe vinto ancora molto, con lui in panchina».

I personaggi trattati nel tuo romanzo sono tanti (Matthias Sindelar, Hugo Meisl, Vittorio Pozzo, Cesare Maldini, Arpad Weisz), qual è quello che ti ha creato più “problemi” nel ritagliargli una parte all’interno del libro? E a quale tra questi sei più affezionato?
«Quello cui sono più affezionato è “Cartavelina” Sindelar, perché fu il personaggio sul quale scrissi il primo pezzo per Federico Buffa, (che ringrazio per la bellissima prefazione che mi ha regalato). In realtà non è stato difficile inserire questi personaggi. La vicenda più difficile da inserire, ma che in un romanzo con Guttmann era impossibile da tralasciare, è stata quella della “maledizione”. Ho cercato di inserirla costruendo un cameo con una tifosa portoghese a Vienna che incontra per caso Guttmann e Martin (in quegli anni effettivamente ci fu una immigrazione a Vienna dal Portogallo), spero di esserci riuscito, me lo diranno i lettori!».

Cosa pensi della letteratura sportiva in generale? Ritieni che lo sport possa essere uno strumento efficace di veicolazioni di contenuti e valori positivi?        
«Ne penso molto bene, e vedo con favore che tantissimi autori diciamo genericamente “main stream” si siano buttati recentemente sulla letteratura sportiva. Questo boom è dimostrato anche dalla nascita di siti brillanti come il vostro, che proprio di questo filone si occupano. Pertanto, sì, lo sport può e deve essere “uno strumento efficace di veicolazioni di contenuti e valori positivi”, ma non basta».


Per leggere la recensione di Una casacca di seta blu, clicca qui


Titolo: Una casacca di seta blu. Romanzo di un allenatore illusionista
Autore: Paolo Frusca
Editore: Mondadori
Anno: 2020
Pagine: 204

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