Intervista | La mia regola 18, Giardini, Burreddu e Mazzoleni

Chiacchierata su “La mia regola 18”

 di Andrea Rossetti

Alessandra Giardini è nata a Ravenna ma vive da tempo a Bologna. Collaboratrice del Corriere dello Sport, scrive di sport praticamente da sempre. Dopo aver seguito diverse discipline, ormai da anni è diventata una delle penne italiane di punta del ciclismo, «l’unico sport in cui si viaggia e si fatica insieme». Giorgio Burreddu, invece, è un nomade del giornalismo: nato a Bergamo, ha vissuto a Roma prima di mettere radici a Bologna, dove è diventato collaboratore fisso per il Corriere dello Sport, per il quale si occupa principalmente di calcio e basket. Scrive anche per altre testate (tra cui BergamoPost) e riviste sportive. I due hanno scritto diversi libri insieme e la loro ultima fatica comune è La mia regola 18 (2019, Edizioni SLAM), biografia dell’arbitro Paolo Mazzoleni. È su questo libro che verte l’intervista che gli abbiamo fatto.

Alessandra, Giorgio, com’è nata l’idea di scrivere la biografia di un arbitro?

Alessandra (A): «Giorgio e Paolo si conoscevano già, ricordo che Giorgio me lo presentò a una partita di basket, ovviamente della Fortitudo Bologna, e Paolo mi mostrò il braccio: si era tatuato il titolo del libro che abbiamo scritto con Matteo Boniciolli, Non è mai finita. Fa un certo effetto pensare che a qualcuno un tuo libro sia piaciuto così tanto da tatuarselo addosso. Poi, tempo dopo, Giorgio mi disse che Mazzoleni voleva incontrarci. E lì ci ha detto che voleva scrivere la sua biografia».

Giorgio (G): «Avevo conosciuto Paolo a una partita di basket a Bologna, dove vivo da un po’. Aveva letto la biografia di Boniciolli, che era l’allenatore della Fortitudo in quegli anni. Cercava qualcuno per riordinare le idee, i suoi appunti scritti alla rinfusa durante una trasferta, dopo una partita. L’idea di buttare giù la biografia di un arbitro mi era sembrata subito stravagante, e quindi bella. Tutto qui».

Per scrivere La mia regola 18, avete lavorato “penna a penna” con Mazzoleni stesso. Essendo voi giornalisti sportivi, quanto è diverso il Mazzoleni uomo dal Mazzoleni arbitro?

A: «Io, come tutti, non conoscevo l’arbitro. Gli arbitri li vedi in tv o allo stadio, ma sono sempre entità distanti. Nell’ultimo anno però ne ho conosciuti bene alcuni, ho lavorato all’organizzazione degli Europei Under 21 con Andrea Stefani, che è stato per anni l’assistente di Nicola Rizzoli, e devo dire che ho scoperto un mondo: sono molto uniti, entusiasti, e sono persone serie».

G: «In generale gli sportivi tengono sempre una sorta di distanza iniziale, il contatto è graduale, la fiducia bisogna guadagnarsela. Ricordo, per esempio, in un nostro precedente libro, Vuoto a vincere, io Alessandra e Fabio – il terapeuta che scrisse il libro con noi – incontrammo una decina di campioni olimpici, volevamo raccontare cosa succede dentro la testa e il cuore di un campione quando raggiunge il punto più alto e inevitabilmente avverte un senso di vuoto, di spaesamento. Un argomento delicato, profondo, difficile da tirare fuori. Riascoltando quelle interviste, una o due ore, anche tre in certi casi, si avverte un cambio di tono con lo scorrere dei minuti. Quella è la fiducia nei tuoi confronti. Con le biografie è lo stesso, ma il tutto viene amplificato dal numero degli incontri. Con Paolo è stato lo stesso: all’inizio c’era un freno, poi si è sciolto».

Appare particolare la scelta di dedicare molto spazio alle vicende private di Mazzoleni piuttosto che a quelle sportive. È stata una scelta “studiata” o una normale conseguenza del rapporto instauratosi tra voi e lui?

A: «Il libro è il suo, e chiaramente è stato lui a orientare la storia nella direzione che preferiva. Raccontare quella che nessuno conosceva è stata una sfida. C’era la malattia, che Paolo non aveva mai rivelato neanche a sua madre, ma c’erano anche la sua passione per il restauro e il lavoro che gli ha trasmesso il papà come il legame con la sua città, Bergamo, un legame molto profondo».

G: «È inconcepibile per me pensare di raccontare un uomo di sport, di qualsiasi sport, senza affrontarne il contesto, l’infanzia, i genitori, il carattere. Chi sei, da dove vieni, perché sei così, perché ti sei guadagnato questo posto nel mondo: tutte queste cose sono fondamentali e vengono essenzialmente soltanto dopo il gesto tout-court. Voglio dire: Paolo ha avuto un tumore, lo ha affrontato, ha vinto la sua battaglia. Voleva un figlio, lui e la sua compagna non riuscivano ad averlo. Alla fine è questo desiderio di vita che lo salva dalla morte. Tutto questo è per me infinitamente più importante di un rigore non dato. Ci sono ragioni profonde del perché Paolo ha scelto di fare determinare cose, ragioni che arrivano dall’infanzia, dal rapporto coi genitori, col papà. L’aneddotica sportiva è superficiale senza l’aspetto umano. Quindi abbiamo pensato di raccontare un episodio in meno e un abisso (di vita) in più».

Questo non è il primo libro che scrivete insieme. Come si sviluppa la stesura di un libro a due menti e quattro mani? Quali sono i pro e quali i contro rispetto a una scrittura solitaria?

A: «Abbiamo scritto sette libri insieme, e ormai è normale, almeno per me. La prima cosa, quando a uno dei due viene proposto un libro, è coinvolgere l’altro. La scrittura è appunto un esercizio molto solitario, e dividerlo con un altro in realtà lo rende molto più leggero, a volte anche divertente. Fondere i nostri due modi di scrivere non è stato difficile, con il tempo abbiamo imparato anche a mettere insieme il metodo di lavoro. Discutiamo molto, ci facciamo una lavagna piena di post-it e certi giorni scriviamo anche nella stessa casa. Ma in due stanze diverse».

G: «Tra me e Ale c’è un feeling eccezionale. Nel senso letterale del termine: è un rapporto unico e straordinario, non potrei mai scrivere in questo modo con altre persone. Condividiamo tutto, discutiamo, prendiamo appunti. Facciamo piccoli schemi, come una sceneggiatura. La divisione del lavoro è la soddisfazione di una necessità: voler scrivere insieme. Non mancano i litigi. Durante il primo libro, Maledetti Sudamericani, per esempio ci accapigliammo per un capitolo, quello sull’Uruguay. Io urlavo, lei urlava. Avevamo un punto di vista diverso. Ovviamente vinse lei. Ma Ale ha sempre ragione».

Da giornalisti e scrittori, secondo voi qual è lo stato di salute del giornalismo sportivo in Italia e della letteratura sportiva in Italia?

A: «Vorrei cavarmela dicendo che mi piacerebbe vedere sempre più letteratura nei pezzi di sport: è un ambito che si presta molto al racconto. Gli sportivi sono gli ultimi eroi, e raccontare gli eroi è una meraviglia. Da Omero in poi».

G: «Il grande inganno è avere la pretesa di saper raccontare personaggi che non fanno parte del tuo tempo, del tuo vissuto. Ci caschiamo tutti, è successo anche a me. Mi spiego: io come posso raccontare Rivera se Rivera non l’ho mai visto giocare, non ci ho parlato, se non lo conosco? Si prendono articoli di altri, si riassumono punti di vista di altri, che (fortuna loro) Rivera l’hanno incontrato, visto, ci sono andati a cena, eccetera. Bisognerebbe invece trovare una chiave diversa, che possa restituirci una visione sul presente. Purtroppo è sempre più complicato instaurare rapporti con i calciatori e questo limita il racconto, lo rende parziale. È diverso (lo è ancora) negli altri sport, dove c’è più umanità, la possibilità di avere contatti diretti e sinceri è più alta. Se il calcio non ritroverà quella dimensione umana con i media allora difficilmente avremo di nuovo un giornalismo sportivo completo».

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Titolo: La mia regola 18
Autore: Paolo Mazzoleni con Alessandra Giardini e Giorgio Burreddu
Editore: Edizioni SLAM
Anno: 2019
Pagine: 233