La storia dell’allenatore di pugilato Cus D’Amato

Un narratore complesso.

Non è facile star dietro a Tyson. Non lo era sul ring, dove Mike ha spadroneggiato per almeno un decennio (1986-1996). Non lo è nemmeno tra le pagine dei suoi libri (due, al 2019). Perché il pugile sembra davvero riversare tutto sé stesso anche sul quadrato di carta ed inchiostro, fedelmente assistito dal “coach” Larry Sloman che ha curato la stesura di entrambi i volumi. Abbiamo già parlato dell’autobiografia True, ora è la volta de L’arte della guerra in cui l’ex campione dei pasi massimi ricostruisce per filo e per segno la storia del suo allenatore, Cus D’Amato. L’uomo che gli ha cambiato la vita. Questo secondo libro è più breve del precedente ma presenta passaggi più ostici; in particolare è il caso dei capitoli 6 e 7 (soprattutto quest’ultimo, lungo quasi 100 pagine) nei quali viene ripercorsa l’accesa rivalità fra D’Amato e l’International Boxing Club of New York (IBC), organizzazione nata nel secondo dopoguerra con l’obiettivo di promuovere incontri di boxe. Di fatto, grazie ad agganci con esponenti della mafia, la IBC riuscì a monopolizzare il giro d’affari legati al pugilato.

Tra sport e mafia.

D’Amato, strenuo difensore degli interessi dei pugili e sostenitore della libera concorrenza nel circuito, si ostinò in particolare contro il fondatore dell’organizzazione, James Norris, ma la loro disputa coinvolse tanti altri personaggi. Due da tenere a mente su tutti: Frankie Carbo e Fat Tony Salerno (da non confondere con l’altro mafioso Blinky Palermo). Le vicende degli uni e degli altri s’intrecciano continuamente nel racconto, tra misfatti ed indagini, generando nel lettore un po’ di confusione. In quegli anni, la battaglia contro la IBC non impedì a D’Amato di raffinare un altro campione dei pesi massimi, Floyd Patterson, una sorta di figlio prediletto che anni dopo l’arcigno manager ha rivisto nel giovane Tyson, giunto alla sua corte appena tredicenne. A segnalarlo fu un altro ex combattente, Bobby Stewart, il quale scoprì il talento grezzo di Mike in un carcere minorile ed ebbe l’intuizione di parlarne all’amico Cus: così è cominciata l’incredibile storia di «un vecchio senza futuro e un teppistello di strada venuto dai bassifondi».

Un legame profondo.

Leggendo emerge come in Mike Tyson si sia riversato molto, forse troppo di Cus D’Amato. Un uomo malato di boxe, dalla personalità granitica e pirotecnica, capace di riempire sino all’orlo la pericolante vita di Mike dandole una direzione precisa ed argini inflessibili. Venuto a mancare lui, il fiume Tyson è finito con l’esondare sospinto da latenti debolezze caratteriali e dalle sirene di fama e ricchezza. Un elemento interessante è che il testo esplora anche i lati più oscuri di questo rapporto padre-figlio. Non di rado Tyson si sofferma sulle influenze più complesse esercitate dal suo mentore, mettendone in luce escandescenze e patologie e criticandone i comportamenti. Senza però che questo arrivi a scalfire la veridicità di un legame breve ma straordinariamente intenso, dal quale anche noi possiamo trarre qualcosa di costruttivo. Non a caso, come recita l’ultima frase del testo, «ogni volta che qualcuno si ricorderà di Mike Tyson, conoscerà anche il nome di Cus D’Amato. Fino alla fine dei tempi».

Un video (in inglese) su Cus D’Amato e Mike Tyson.

Perché leggere L’arte della guerra di Mike Tyson:

perché Cus D’Amato è uno sportivo da scoprire; per conoscere retroscena, tecnici e storici, del pugilato.


Titolo: L’arte della guerra
Autore: Mike Tyson (con Larry Sloman)
Editore: Piemme
Anno: 2017
Pagine: 441


Per leggere la recensione all’autobiografia di Mike Tyson, True, clicca qui.

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