Chiacchierata con l’autore de La storia del calcio in 50 ritratti


Per gli appassionati di calcio (e sport in generale), Paolo Condò non ha bisogno di presentazioni. Per tutti gli altri: stiamo parlando di uno dei più noti e stimati giornalisti sportivi italiani. Nato a Trieste nel ‘58, inizia la sua carriera da giovanissimo a Trieste Sport, scrivendo di calcio e basket. Le “ossa” se le fa ne Il Piccolo, dove diventa giornalista professionista. Nel 1984 entra nella Gazzetta dello Sport e inizia la sua carriera trentennale al fianco della Rosa: sette Mondiali di calcio, cinque Europei, due Olimpiadi e ben otto Giri d’Italia sono il suo invidiabile palmares, a cui si aggiungono una marea di grandi partite in giro per il mondo (in particolare tra Spagna e Sud America). Dal 2010 è anche il giornalista italiano designato a votare il Pallone d’Oro. Oggi è opinionista di Sky. La storia del calcio in 50 ritratti (2019, Centauria, pp. 155) è il suo quarto libro dopo la biografia di Francesco Totti, Un capitano (2018, Rizzoli, pp. 503), Duellanti (2016, Baldini+Castoldi, pp. 217) e l’inedito, per il suo stile, thriller Sotto copertura (2002, Piemme, pp. 381).

Com’è nata l’idea de La storia del calcio in 50 ritratti?
«L’idea non è mia, lo ammetto. È stata la casa editrice, Centauria, a propormela. Fa parte di una collana inaugurata da La storia del Comunismo in 50 ritratti di Paolo Mieli. Ho trovato l’idea molto bella e mi ha lusingato che abbiano chiesto proprio a me di raccontare la storia del calcio».

I ritratti sono molto brevi, stringati, ma arricchiti da bellissime illustrazioni. Come mai questa scelta?
«Innanzitutto mi fa piacere che le illustrazioni siano piaciute: le trovo bellissime anche io. In più è una sorta di ritorno al passato che mi garba, perché una volta i libri erano spesso arricchiti da disegni. Circa lo stile del libro, invece, mi sono dovuto anche adattare alle richieste dell’editore. Da lì l’introduzione molto corposa e la brevità dei ritratti».

Immaginiamo sia stato complicato raccontare Maradona, Pelè, Van Basten o Baggio in appena venti righe…
«Sì e no. Sì perché la sintesi è un dono e non è mai facile ottenerlo. Allo stesso tempo, però, il fatto di dover raccontare dei grandi personaggi in così poche battute mi ha permesso di evitare di “scopiazzare” ciò che di loro è già stato scritto. Mi sono affidato ai miei ricordi personali, alle emozioni che avevo provato vedendoli, parlandoci insieme. Stiamo parlando di grandissimi del calcio, magari non per forza i più forti ma certo grandi innovatori, quindi su di loro è già stato scritto e riscritto tutto. Aver trovato questa chiave mi ha permesso di dare – spero – qualcosa di più, cioè il mio punto di vista».

Da qui la scelta di raccontare alcuni personaggi attraverso dei singoli aneddoti?
«Esatto. Quando parlo di Collina e di quella decisione che prese ad Anversa, io ero lì e ricordo perfettamente la reazione mia e dei colleghi a quel suo fischio. Ricordo che pensavamo avesse preso una topica pazzesca, fino al replay: lì vedemmo che aveva ragione lui e ci rendemmo conto di essere di fronte a un fenomeno. Nella vostra recensione avete definito questo stile “metonimia” e credo sia corretto. Il ritratto di Baggio ne è l’emblema: ho scelto i Mondiali del ’94 per raccontarlo, ma soprattutto le emozioni provate in prima persona. Ricordo ancora che, dopo la maledetta finale, restammo solo io e Ivan Zazzaroni ad aspettare che uscisse Baggio – che non usciva più – per strappargli una dichiarazione. E il suo sguardo quando arrivò e la frase che ci disse sono una cosa che potevo raccontare solo io».

Questo è il suo terzo libro sportivo, ma nel 2002 scrisse un thriller. Strada abbandonata?
«Non lo so, direi di no. La verità è che bisogna innanzitutto lavorare (ride, ndr). Sotto copertura nacque dalla mia passione per la politica, per i gialli e per il Sud America, continente che all’epoca vivevo abitualmente come inviato della Gazzetta. Prima della scrittura c’è sempre una fase di elaborazione dell’argomento e quel libro nacque da alcune passioni personali ed esperienze di vita diretta».

Anche il suo primo libro sportivo, Duellanti, nacque dall’esperienza diretta, no?
«Sì, perché ho avuto la fortuna di poter vivere quei fantastici 18 giorni in cui il Real di Mourinho e il Barcellona di Guardiola diedero vita a uno scontro quasi epico, molto simile a una finale play-off di NBA. Erano due mondi che si scontravano, qualcosa di unico. Credo che Duellanti sia il mio libro migliore, anche se è quello che ha di gran lunga venduto meno (ride, ndr)».

Come mai il migliore?
«Per la storia, per il fatto di averla vissuta sulla mia pelle, per la profondità che ho potuto dare al racconto e anche perché dice molto di quanto fosse bello il mestiere del giornalista sportivo di qualche tempo fa, quando i giornali avevano ancora la possibilità di mandarci in giro a raccontare quel che accadeva».

A proposito di come è cambiato il giornalismo negli anni: oggi si fa spesso confusione tra storytelling e giornalismo. È un bene o un male?
«Nessuna delle due. Penso siano semplicemente due cose diverse. Il presupposto è lo stesso, però: la bravura di chi fa l’uno o l’altro. Per intenderci: Federico Buffa è un fuoriclasse, un affabulatore magnifico, potrebbe anche leggere l’elenco telefonico e tenerti attaccato lì. Ma per preparare una narrazione di quel tipo serve tempo, studio, approfondimento. Le puntate dei suoi programmi o i suoi spettacoli sono frutto di un grandissimo lavoro. Nel giornalismo non c’è tutto questo tempo a disposizione. Io, da opinionista a Sky, studio un sacco di cose ma in poco tempo per essere pronto a raccontare e analizzare la prossima giornata di Serie A o di Champions League. È ovvio che non posso cesellare il tutto come fosse una storia».

Ha citato Buffa, che però non è un giornalista. Brera invece lo era, ed era anche una penna che andava oltre il giornalismo. Nonostante l’Italia abbia avuto grandi interpreti del giornalismo, la letteratura sportiva è molto più indietro che in altri Paesi. Come mai?
«Non credo ci manchi qualcosa. Il problema, semmai, è che abbiamo… troppo. Troppa offerta quotidiana di sport, non soltanto cronachistico. Un appassionato, oggi, può andare su internet o su Sky On Demand e trova cose bellissime sul calcio e lo sport, fatte benissimo. La nostra fame è soddisfatta a sufficienza. Ed è così da sempre, perché l’Italia è l’unico Paese ad avere ben tre quotidiani sportivi, ad esempio. Quindi è vero che la letteratura sportiva è poco sviluppata, ma è anche vero che per offrire un prodotto di qualità elevata devi trovare uno spunto particolare, qualcosa di unico».

È per questo che sono ancora le biografie a “tirare la carretta”?
«Be’, normale che le storie personali affascinino i lettori. Come dicevo, Duellanti credo sia il mio miglior libro, ma è la biografia di Totti quello che ha ottenuto il maggior successo. Anzi, è l’unico libro sportivo a essere stato numero uno nella classifica dei libri più venduti in generale. E il merito non è certo mio, bensì della forza evocativa del personaggio Totti, della sua storia, del suo essere».

Nel raccontare Totti, si è ispirato a Open (QUI la nostra recensione) di Agassi?
«Inutile negarlo: sì. Credo che Open sia un capolavoro e, soprattutto, ha cambiato completamente l’idea di biografia sportiva nel mondo. È un libro bellissimo che racconta con grande profondità un personaggio bellissimo. Inoltre è scritto da un giornalista pazzesco, Moehringer: è stato come dare un pezzo di marmo pregiatissimo in mano a uno scultore di assoluto talento».

Quali sono gli altri suoi libri di sport preferiti?
«Devo dire che, lavorando in questo ambiente, quando posso cerco di staccare e quindi mi dedico a letture lontane da quelle sportive. Ovviamente, però, qualcosa ho letto. E penso che The Fight di Norman Miler sia stupendo. Duellanti si è un po’ ispirato a quel libro, perché Mailer, che era giornalista sportivo, per scriverlo visse diversi giorni fianco a fianco con Ali, andava a correre con lui durante gli allenamenti mattutini. Poi potremmo scegliere un libro qualunque di quelli scritti da Brera, sinceramente. Anzi, no, aspetta: dico Dino Buzzati al Giro d’Italia. Un po’ perché amo il ciclismo, e poi perché penso che la narrazione di Buzzati del duello tra Coppi e Bartali sia uno dei picchi più alti mai raggiunti della narrazione».


Per leggere la recensione di La storia del calcio in 50 ritratti clicca qui.


Titolo: La storia del calcio in 50 ritratti
Autore: Paolo Condò (illustrazioni di Massimiliano Aurelio)
Editore: Centauria
Anno: 2019
Pagine: 155

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